“Il bello è brutto e il brutto è bello”, ripetono in coro le tre streghe del Macbeth durante la prima scena del dramma, poco prima di predire al protagonista il suo destino; ed in questo gioco di parole racchiudono l’essenza di quanto avrà luogo di lì a poco.

Macbeth, generale dell’esercito di Scozia, signore di Glamis, incontra sulla sua strada di ritorno dalla battaglia un’apparizione: tre donne barbute, creature ultraterrene, lo fermano per predirgli il suo futuro destino di Re. Pallido, terrificato e invasato insieme, Macbeth rivela fin dapprincipio il suo esubero di umanità, rivelandosi incapace di attendere, di lasciare che gli eventi decantino, fino ad arrivare a forzare con mano sanguinaria, guidata dalle minacciose lusinghe di una consorte virago, gli eventi propedeutici alla sua ascesa.

L’esercizio di un frettoloso libero arbitrio obnubilato dall’ansia, dalla brama di potere e dalla convinzione profonda di essere inadeguato a ciò che il destino promette di avere in serbo, lo porta a trasformare irrevocabilmente il bello in brutto, autocondannandosi a soccombere alle reazioni di una sorte provocata e per induzione divenuta avversa.

Così ieri, le tre streghe Cristofaro, Turri e D’Elia hanno invertito il prologo e l’epilogo del dramma shakespeariano, e invece di pronosticare a monte, hanno deliberato a valle. Eppure, nonostante la scena si sia spostata dal Castello di Dunsinane al Tribunale di Milano, la sostanza rimane esattamente la stessa: il bello è brutto e il brutto è bello.

Questa infatti sembra essere la morale della favola berlusconiana: crescita, apogeo e declino di un uomo la cui vera colpa è stata la confusione tra brutto e bello.

Con le sue gesta, erotiche e non (ma comunque mai molto diverse da un porno di serie b), con la sua astuzia luciferina ma dai contorni triviali, con il suo eterno sorriso plastificato nel lifting, con il mito del paese dei balocchi a portata di telecomando, con il suo baraccone di figuranti scolpiti nel silicone, Silvio ha per oltre un ventennio mistificato il concetto di bello e relegato nella discarica del brutto tutto ciò che non fosse furbo, patinato, paraculo e fosforescente.

La cultura del vincente a tutti i costi ha infestato l’aria degli ultimi decenni di un puzzo di mediocrità che nello squallore dei festini dell’impotenza mascherata ha toccato il suo apice.

Perché, anche Silvio, come il povero Macbeth, è di fondo troppo uomo, e dunque troppo mediocre, per incarnare il fulgore della spietatezza e lo splendore del maligno.

Un basso impostore ormai patetico nell’impietosità degli anni credeva di poter ricalendizzare la storia in A.S. (Avanti Silvio) e D.S. (Dopo Silvio).

Bene, ieri sera, tre signore, tutt’altro che strafighe e patinate, si sono limitate a rimettere un po’ d’ordine: il bello è bello e il brutto è brutto.

Lo specchio delle brame in cui il Cavaliere ha per anni ammirato il suo reame si è rotto, e come ad ogni rottura di specchio, da quando il mondo è mondo, seguono sette anni di sfiga.
Punto.