“Adesso che vanno di moda i tweet, io scrivo questi malloppi lunghi”, dice Patrizia Cavalli, ridendo, davanti a Datura, la sua nuova raccolta (Einaudi), ora in libreria. Del resto, lei è così: sempre ironica. Fin dal titolo della sua prima raccolta Le mie poesie non cambieranno il mondo (una citazione scherzosa da Elsa Morante), titolo che ha dato anche all’antologia che uscirà a settembre negli Stati Uniti per Farrar Straus.

Allora sarebbe interessante chiedersi: perché hanno cambiato il mondo, invece? Cosa c’è nella poesia di Patrizia Cavalli che la rende tanto grande? Per cercare di dirlo, possiamo solo fare con la sua poesia quello che lei fa con la realtà: smontarla e rimontarla, per capire come funziona. Subito ci si accorge di una peculiarità: che nella sua poesia il pensiero si muove fino a raggiungere un punto inaspettato. “Non amo le poesie ferme – dice la Cavalli – benché ne abbia scritte alcune, quel che mi piace soprattutto è arrivare, anche in pochi versi, a una specie di colpo di scena che sorprenda pure me”.   

Un esempio è Datura, che dà il nome alla raccolta. Nasce da un’occasione: una frase di un amico, che la colpisce. La Cavalli la trascrive, naturalmente in versi, e da lì parte un ragionar cantando che arriva dove nessuno si aspettava che arrivasse, nemmeno lei. “L’occasione da cui nasce una poesia è un’incandescenza latente dove c’è già tutto quello che poi si andrà scoprendo, senza però saperlo prima. Sono sempre i primi versi che ti spingono all’avventura del conoscere.   

È per questo che si scrivono poesie, per vedere cosa succede quando i sensi della mente sanno accogliere le parole giudicandone la verità. Se si riesce a esercitare questo controllo cedevole, si hanno bellissime sorprese. Ma può capitare che ti affezioni a una parola, a un giro di frase, magari solo perché ti suona bene, e non vuoi disfartene anche se ne intuisci la non verità, in questo caso il tuo pensiero si accascia e resti dove sei”. “In realtà la mia non è una poesia lirica”, dice, “uso parole che pensano senza però volerlo ostentare. Se una poesia, nel rileggerla, sembra quasi che si sia formata da sola, allora la giudico bella”.

Ora che abbiamo capito come funziona, possiamo chiederci di cosa è fatta e di cosa non è fatta. Anche se si fonda su un pensiero che si muove, non è una poesia concettuale. Perché la Cavalli diffida delle astrazioni, lo dice chiaro in La patria, si fida solo dei “sensi, quelli ufficiali, cinque |e gli altri, i clandestini, imprecisabili”, perché i sensi “hanno un limite oltre il quale è difficile procedere”, un limite che ci difende dal male “che si gonfia dell’irrealtà”.

Quindi è una poesia del sensibile, ma non sentimentale. “La mia poesia non ha psicologismi”, ci tiene a sottolinearlo, “né sentimentalità, è piuttosto una specie di scienza dei sentimenti”. L’innamoramento meteoropatico descritto in Tre risvegli, un vero e proprio “dramma molecolare”, ne è la prova. Come nei poemetti medievali, l’amore ha sempre una spiegazione fisiologica, è il teatro degli spiritelli governati dal “dio ormonale”.

Ora che la macchina è smontata, resta da smontare la musica, che la rende tanto bella. “Endecasillabi e compagni purtroppo mi vengono da soli. Dico purtroppo perché a volte mi infastidisce questa pulsazione naturale dei versi canonici, mi sento in una gabbia”. Cerca una poesia dove secondo lei non ci sono, poi conta con le dita e si accorge che invece ci sono anche lì: “Oddio, è un endecasillabo pure questo…tutti…Ah, questo no, finalmente!”. Ride e solleva la testa: “D’altronde che senso ha, io non credo ai versi liberi con suoni arbitrari e sgangherati, gli accenti sostengono la memoria e la comprensione, altrimenti non si capisce perché uno debba scrivere delle poesie”.

Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2013