Nel bel libro di Bruno Moroncini, Il lavoro del lutto. Materialismo, politica e rivoluzione in Walter Benjamin (Milano, Mimesis 2012), l’incipit è folgorante: “Da quando, come scriveva Saint-Just poco prima di essere condotto alla ghigliottina, la rivoluzione è raggelata (la révolution est glacée), le forze rivoluzionarie sono in lutto” (p. 9). Credo sia la migliore introduzione al governo delle ‘larghe intese’, alla caduta verticale della partecipazione politica con le recentissime amministrative, al crollo delle illusioni. Dopo l’aspettativa molto forte in un radicale cambiamento, che larghissimi strati della società italiana, decisamente maggioritari, avevano coltivato, l’ingessarsi della situazione politica ha provocato un’autentica glaciazione delle possibilità reali di trasformazione. Viviamo in un presente storico scandito dalle “illusioni perdute” di ascendenza balzachiana, senza che questa condizione possa essere interpretata come quella “dolcezza del vivere”, invocata da Talleyrand quale connotato specifico della reazione termidoriana.

La nostra più immediata contemporaneità appare, invece, contrassegnata dal grigiore più assoluto, dal tentativo di amministrare il presente in maniera puramente gestionale, nella totale mancanze di una qualsiasi dimensione progettuale. La parola ‘futuro’ viene addirittura demonizzata dal nostro ceto politico. Ci si comporta dal punto di vista istituzionale come se la società fosse stata ibernata in una sospensione temporale che tende a cristallizzarsi ogni giorno di più. Metaforicamente, è come se ci trovassimo all’interno di una passione che si è spenta all’apice del suo potere propulsivo. Quanto potrà vivere ancora la società italiana in questo stato di prostrazione e umiliazione, culturale e etica, prima ancora che politica?

E’ del tutto evidente che ad  ogni dinamica di cambiamento corrisponde necessariamente una fase istituzionalizzante, ma, in questo caso, l’energia innovativa, contraendosi e reprimendosi, si è come avvitata su se stessa.

L’informazione e i media si riempiono ogni giorno la bocca dell’espressione ‘i giovani’, del tasso di disoccupazione crescente, ma tale retorica della giovinezza rimane fine a se stessa. Come possono una società e una classe politica che hanno bandito la più celebre delle distinzioni filosofiche – quella kantiana, tra essere e dover essere, tradotta da Hermann Cohen, in un’opera illuminante, La fondazione kantiana dell’etico, come distinzione tra presente e futuro – delineare una qualche prospettiva culturale intorno all’occupazione? Manca una cultura dei giovani e, in particolare, una prospettiva filosofica forte che dia un rinnovato impulso alle scelte politiche. Almeno i due terzi della classe dirigente vive nell’illusione che solo l’economia potrà salvare l’Italia e il mondo e che questa salvezza dovrà comportare necessariamente il sacrificio delle nostre più importanti tradizioni: la filosofia, la musica, la letteratura, il teatro. Un suicidio deliberato, un disperato cupio dissolvi in una società ormai al tramonto epigonale, che non ha più i nemmeno i fasti estetizzanti della grande Bisanzio.

La rivoluzione glacée, raggelata, cui allude Saint-Just, è lo specchio trasparente dell’attuale impasse istituzionale con i suoi riflessi immobilistici sulla crisi della società italiana, un raggelamento che non potrà essere perpetuato all’infinito, perché nessuna società della storia è stata in grado di sopportarne il peso né culturalmente né politicamente.