La Giustizia amministrativa è – o dovrebbe essere – la garante del rispetto delle leggi soprattutto da parte della pubblica amministrazione in ogni sua più alta espressione sino ad arrivare a ministeri e Governo.

E’ alla Giustizia amministrativa – i TAR e, in appello, al Consiglio di Stato – che cittadini, imprese ed associazioni di consumatori possono e devono rivolgersi in ogni ipotesi in cui l’azione dell’amministrazione travolga e calpesti i loro interessi, tradendo la legge ed i principi costituzionali ai quali si ispira.

Che si tratti di trasparenza, di accesso agli atti amministrativi, di appalti pubblici, di concorrenza, di concorsi o di diritti fondamentali è sempre ai Giudici dei Tribunali amministrativi regionali che tocca verificare la legittimità dell’azione dell’amministrazione e se necessario bacchettarla, condannarla, sanzionarla anche quando ad essere trascinato sul “banco degli imputati” è un ministro, la Presidenza del Consiglio dei Ministri o l’intero Governo.

Tanto basta a farsi un’idea della centralità del ruolo e delle funzioni della giustizia amministrativa nella vita democratica del Paese giacché siamo davanti al giudice che più di ogni altro può e deve – o, almeno dovrebbe – ricordare a chi agisce sotto lo stemma della Repubblica che non sta amministrando una cosa propria ma qualcosa che appartiene ad ogni cittadino in eguale misura senza distinzioni di razza, di sesso, di orientamento religioso o politico e, soprattutto, di ceto sociale ed economico di appartenenza.

In un contesto di questo genere è allarmante scoprire attraverso la lettera di un’associazione di cittadini ai Presidenti di Camera e Senato che – peraltro nel silenzio generale – nei prossimi giorni il Parlamento nominerà i quattro membri laici del Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa – il “parlamentino” dei giudici amministrativi con funzioni analoghe a quelle che il Consiglio Superiore della magistratura ha nella giustizia ordinaria – secondo il solito “manuale Cencelli”, quello, della spartizione e lottizzazione delle poltrone per “peso politico”.

Anzi, a sentire le voci che si rincorrono, con sempre maggiore insistenza, sembrerebbe che, questa volta, si sia addirittura deciso di tradire la prassi parlamentare sin qui adottata secondo la quale maggioranza ed opposizione, designano, ciascuna, due dei quattro membri, lasciando la maggioranza che sostiene l’attuale Governo a fare la parte del leone, nominando – peraltro “a norma di legge” – tutti i quattro i membri laici del Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa.

Nelle sale dei bottoni delle segreterie di partito, infatti, si sta già lavorando a “limare” i nomi della quaterna in modo da scegliere quelli che accontentano tutti o, almeno, i più ed i più influenti.

E’ una scelta difficile perché ai “fortunati” spetterà il compito di “rappresentare” il partito nel “parlamentino” dei giudici amministrativi, la gestione di un’autentica sacca di potere con pochi equivalenti nelle istituzioni e, non da ultimo, uno dei trattamenti economici, probabilmente, più lusinghieri nell’amministrazione italiana: emolumenti complessivi – tra stipendio ed indennità – di oltre 18 mila euro al mese, peraltro, cumulabili con quanto già si percepisce nell’amministrazione di provenienza.

Il Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa è un autentico centro di potere, un potere che dovrebbe essere esercitato per garantire, prima di tutto, la terzietà e l’indipendenza dei giudici amministrativi proprio rispetto al potere politico.

Ma come può sperarsi che un membro del Consiglio di Presidenza nominato grazie all’irrinunciabile supporto della maggioranza politica che sostiene un Governo sia poi in grado di orientare, con le proprie scelte ed il proprio voto in seno al “parlamentino” dei Giudici, la giustizia ad essere terza ed indipendente da quello stesso Governo, censurandone – ove necessario – atti ed iniziative?

E’, praticamente, impossibile.

Ed è per questo che preoccupa ed allarma scorrere i nomi che, in queste ore, circolano con maggiore insistenza come probabili designati alle poltrone del Consiglio di Presidenza.

Sono i nomi – a prescindere da ogni valutazione sulle competenze dei singoli – di autentici “professionisti” della lottizzazione partitica, di “collezionisti” di incarichi istituzionali e di ex parlamentari ed ex membri di Governo.

Andrea Manzella, ad esempio, già deputato, già Consigliere di Stato di nomina governativa [n.d.r. e, quindi, probabilmente in posizione di conflitto di interessi]  e già componente uscente dell’organo di autogoverno della giustizia contabile.

Enrico La Loggia già deputato del Pdl e Saverio Ruperto, enfant prodige di Cesare Ruperto, già Presidente della Corte Costituzionale e già sottosegretario nel Governo degli pseudo-tecnici di Mario Monti.

Sono questi i nomi che, nei prossimi giorni, potrebbero finire, via sms o via “pizzino”, sui banchi di Montecitorio e Palazzo Madama come “indicazione obbligatoria di voto” per i deputati ed i senatori della maggioranza di Governo.

La storia si ripete, non c’è promessa di cambiamento e di rinnovamento della classe politica che sembra capace di interrompere la nominopoli con la quale i partiti colonizzano i ruoli chiave delle Istituzioni, soffocandone ogni funzione democratica.

Accade per la nomina dei membri delle Autorità indipendenti, per quelli del Consiglio di Amministrazione della Rai, così come per quelli del Consiglio Superiore della Magistratura, della Corte Costituzionale e di decine di altri organi la cui indipendenza, pure, sarebbe centrale nella vita democratica del Paese.

Ora sembra arrivato il turno della Giustizia amministrativa.

Un altro giro di ruota ed un’altra nominopoli che passa ad indebolire la democrazia ed allontanare ancora la speranza che il Paese si risollevi non solo e non tanto dal punto di vista economico ma, soprattutto, da quello – ben più rilevante – della crisi etica e sociale nella quale sembra irrimediabilmente precipitato.

Ma forse, non tutto è perduto o, almeno, non completamente perduto.

Gli uffici di Presidenza di Camera e Senato potrebbero ancora – con un sussulto democratico – garantire, una scelta trasparente, basata su un’attenta valutazione dei curricula dei candidati da parte di ciascun Parlamentare al quale dovrebbe essere assicurata piena autonomia di giudizio e, soprattutto, sul rispetto di quella consolidata prassi parlamentare che vuole che nel “parlamentino” della giustizia amministrativa, siedano, tra i membri togati, due personalità designate dalle forze politiche di opposizione e, quindi, non considerabili, aprioristicamente, schierati dalla parte del Governo.

Si riuscirà a scongiurare le conseguenze di questa nuova pericolosa deriva antidemocratica?