Rinnovo del contratto nazionale oppure sciopero generale. Si è concluso con un ultimatum l’incontro tra i dirigenti della multiutility Hera e i sindacati Cgil, Cisl e Uil, promotori di una serrata di sei ore per chiedere all’azienda la riapertura della trattativa su una vertenza che riguarda 1.200 lavoratori nella provincia di Bologna, 10.000 in Emilia Romagna e 50.000 in tutta Italia. Una contrattazione che vive un momento di stallo, ma che “deve essere immediatamente riavviata con una maggiore considerazione, da parte dei dirigenti, per il malessere che oggi vivono migliaia di dipendenti”. 

“Le associazioni imprenditoriali – spiega Vittorio Rubini, dipendente del Gruppo, Rsu e delegato Filctem Cgil – hanno reso inefficace ogni confronto svolto fino al 18 aprile scorso, insistendo nel presentare una serie di richieste, da loro ritenute irrinunciabili, che stravolgono la piattaforma rivendicativa presentata dai sindacati, penalizzano gravemente i lavoratori e rendono impossibile la prosecuzione del negoziato. Questo deve cambiare o scenderemo in piazza a manifestare”. 

Richieste come un aumento salariale pari solo al 5% nel prossimo triennio, invece che del 7% chiesto da Cgil, Cisl e Uil perché “un lavoratore dopo vent’anni guadagna, se va bene, 1500 euro al mese, mentre un manager di medio livello prende sette volte tanto”. In un’azienda che, va detto, è a partecipazione pubblica: oltre il 50% delle azioni appartiene a più di 180 Comuni italiani. Ancora, come una diversificazione contrattuale tra lavoratori dei rami aziendali che penalizza chi opera nell’idrico, “perché temono che, a causa dell’esito del referendum sull’acqua pubblica, in futuro il ramo possa essere meno redditizio e allora vogliono ridurre il salario ai dipendenti che lavorano in quel comparto”. O come la cancellazione degli scatti di anzianità e l’ampliamento della flessibilità degli orari di lavoro che, superando la contrattazione locale, introdurrebbe l’orario ripartito per remunerare in maniera inferiore le prestazioni straordinarie. 

“Pretese del tutto inaccettabili – spiegano i lavoratori che a Bologna, davanti alla sede centrale di Hera, hanno organizzato un presidio di protesta – specie se si parla di un’azienda che non è in crisi, ma fattura circa 3 miliardi di euro al netto della fusione Acegas, e che nel primo trimestre del 2013 ha vantato un utile record del +15%”. Per questo Cgil, Cisl e Uil, dopo mesi di trattative “inutili”, e dopo un incontro con l’azienda “insoddisfacente, visto che ai problemi dei lavoratori hanno risposto ribadendo quali sono le priorità della multiutility, cioè il protocollo delle relazioni industriali e il protocollo appalti”, hanno reagito formulando una promessa: “Se non riceveremo una convocazione per la riapertura del tavolo a Roma entro le prossime due settimane, nella capitale ci andremo in corteo, dichiarando uno sciopero generale di sedici ore entro il mese di luglio”.

L’ultimatum, spiega però la Cgil, “non sembrerebbe essere caduto nel vuoto”. L’azienda ‘degli stipendi d’oro’, quella che vanta un primato di ben 125 manager da 150.000 euro medi all’anno, al netto dei benefit – in tutto i ‘superstipendiati’ sono circa il 4% della popolazione di Hera, il doppio rispetto alla media nazionale – ha lasciato l’incontro prospettando un’apertura verso una nuova contrattazione. “C’era nervosismo attorno al tavolo – spiega Rubini – a un certo punto i dirigenti si sono anche alzati, cosa che di solito non si fa, evidentemente non sanno quali sono le regole di una trattativa. Ma lo sciopero di ieri e quello di oggi hanno dato i loro frutti. I vertici del Gruppo hanno espresso l’intenzione di favorire, a Roma, la convocazione di un tavolo per il rinnovo del contratto, anche se hanno precisato che, da sola, Hera non potrà condizionare la stesura definitiva per il rinnovo di gas e acqua”. Un passo avanti, insomma, avvenuto dopo mesi di “porte chiuse” e tavoli “saltati”, che però dovrà tradursi presto in un risultato “concreto”.

Perché “qui in azienda – raccontano i lavoratori – mentre l’amministratore delegato del Gruppo guadagna più del presidente degli Stati Uniti Barak Obama, molti colleghi hanno problemi di insolvenza dovuta a disagio sociale e non possiamo più tollerare una situazione simile. Anche le istituzioni dovranno farsi avanti, perché un’impresa privata a partecipazione pubblica deve investire e migliorare la qualità dei servizi, e non operare tagli continui pur disponendo delle risorse necessarie”.