È di ieri la notizia che Antonella Clerici, nota per le sue performance televisive ai fornelli, rinviata a giudizio per diffamazione nei confronti degli ex gestori di un ristorante siciliano, ha chiuso stragiudizialmente la controversia legale. Nulla di strano. È ciò che sovente capita nei tribunali italiani, anche al fine di evitare di dover attendere 10 e più anni per ottenere una sentenza definitiva.

Nel caso specifico, la Clerici, l’anno scorso, durante una puntata de La prova del cuoco, non controllò adeguatamente la lingua e disse di avere mangiato in un locale siciliano, al Charleston, «tanti anni fa» e di aver pensato: «Peccato, un posto così bello, si mangia così da schifo». Un giudizio, questo, che l’“Antonellona nazionale” confermò nuovamente nel corso della puntata e che le è così costato una citazione in tribunale, un rinvio a giudizio con l’accusa di aver leso l’onore e la reputazione dei gestori del locale e dunque l’assoggettamento ad un processo penale.

Non c’è niente da eccepire rispetto al fatto che i legali delle parti abbiano trovato un accordo bonario per chiudere la vicenda. Il problema, di una certa gravità, nasce invece dal fatto che l’intesa è stata raggiunta utilizzando, come merce di scambio, la trasmissione televisiva condotta dalla Clerici, ossia una proprietà pubblica. Dunque, sintetizzando, una vicenda privata viene risolta usando un mezzo pubblico. Perché l’escamotage al fine di evitare la condanna alla Clerici è stato quello di invitare, per ben due volte, i titolari del Charleston in trasmissione, con annessa prova ai fornelli dello chef del ristorante diffamato.

Stendiamo un velo pietoso sui numerosi elogi rivolti da Claudio Lippi allo chef ed alle pietanze preparate da questi. E sorvoliamo sul fatto che il tutto è poi andato in scena senza che i telespettatori siano stati messi a conoscenza del reale motivo per il quale il ristorante siciliano è stato ospitato a La prova del cuoco.

E’ invece grave che uno strumento di pubblico servizio – o sedicente tale – , la cui proprietà è collettiva, è stato piegato al soddisfacimento di un interesse privato. Il che peraltro dovrebbe offrire a qualche magistrato la stura per approfondire i dettagli con cui è maturata una operazione a dir poco scandalosa. Ed a qualche parlamentare l’occasione per presentare qualche interrogazione.

In tutto ciò lascia esterrefatti il timidissimo tentativo, da parte di tutti i media che hanno trattato il tema, di evidenziare l’utilizzo distorto di un patrimonio pubblico, unito all’assenza di un moto di indignazione forte da parte della grandissima parte dei lettori che ha commentato la notizia.

Quello che però fa ribrezzo, in questa vicenda di malversazione di un mezzo pubblico, è il silenzio dei vertici della Rai. Che hanno assistito passivi – o speriamo non incoraggiando – all’uso privato della Rai. Per una vicenda che in un’azienda improntata ad un modello di funzionamento eticamente responsabile – a cui sia Anna Maria Tarantola che Luigi Gubitosi hanno detto più volte di volersi ispirare – sarebbe costata almeno il licenziamento in tronco per la maldestra conduttrice. La quale, invece, bella come il sole, continuerà a lavorare come se nulla sia accaduto.

@albcrepaldi