Se una pubblicazione straniera ti chiede di scrivere una breve “storia politica dei partiti italiani” negli ultimi tre decenni, ti accorgi di poter scrivere solo di persone, non di masse, aggregazioni, movimenti politici e meno che mai di partiti nel vecchio senso della parola. Qual è il vecchio senso? È il muoversi relativamente compatto e omogeneo di tante persone, cittadini, famiglie, padri e figli, insegnanti e allievi, persone del mondo creativo (le canzoni) e di quello organizzativo (i sindacati) che più o meno hanno un punto in comune all’origine, vedono o immaginano un punto comune da raggiungere e si muovono cercando, anche con un po’ di aiuto reciproco, di percorrere la stessa strada.

Non per disciplina (non tanto, non sempre). Ma per adesione e persuasione, reclamata anche in pubblico. Sto parlando, naturalmente, di qualcosa che ha a che fare con la costellazione comunista e la costellazione cattolica. Entrambe hanno salvato il legame con la Resistenza e la Costituzione. Entrambe hanno impedito a questo solo Paese europeo di essere laico e di esplorare senza pregiudizi, né distruttivi né infatuati, i territori del liberalismo. Tutto quello che è accaduto dopo, fino ai giorni che stiamo vivendo e patendo senza sapere e senza capire, è l’avventura individuale di alcuni personaggi. Si può scrivere e illustrare la loro storia, sapendo che è quella storia che conta. Ma non “il partito” o “il movimento” che proclamano di avere creato, che nasce e che scompare (o finisce di contare) con loro.

Si dirà che la politica come “storia di uno” comincia in Italia con Berlinguer, con Andreotti, con Craxi. Parliamo di leader potenti, di manipolatori straordinariamente efficaci dei loro gruppi politici. Ma è sempre il partito che conta, che fa la forza e che si misura, anche sul piano internazionale. Il capitolo della storia politica italiana su cui sto riflettendo oggi comincia con Bossi e – al momento – arriva fino a Grillo. In mezzo dovremo collocare i capitoli che riguardano Berlusconi, Di Pietro, Veltroni, Bersani, Renzi. Non metterei Pannella, perché si potrà anche dire che lui è un leader solitario. Ma è un fatto che la sua ossessione di tenere in vita e in vista il Partito radicale e i suoi esponenti, i suoi parlamentari, il non interrotto percorso di progetti, programmi e referendum, ne fa un leader d’altri tempi, come lo sono stati alcuni celebri segretari Dc e Pci. Diciamo che questa breve storia si apre con Berlusconi che “scende” in un campo che inventa lui, e nella sua saga one man si trascina dietro vari modelli di partito e pattuglie intercambiabili di personale dipendente, attraverso decenni. E arriva a Grillo che si annuncia da solo, arriva da solo, e resta solo dopo la vittoria, pur avendo portato al seguito, dal nulla, nove milioni di elettori.

Di Berlusconi sappiamo tutto, arriva munito di una ricchezza oscura, usa il privilegio, poco capito (o volutamente ignorato) di un immenso conflitto di interessi che ne genera continuamente altri (e potere, e profitto), vive la vita politica come uno sceneggiato che si gira in tempo reale con piena libertà di aggiungere o togliere battute, o di smentirle liberamente.

Di lui resterà memorabile non la vastità e il peso del dominio esercitato, ma la straordinaria e inspiegabile sottomissione dell’intera classe politica e di una vasta parte della corporazione giornalistica. Il gioco di Bossi non è stato molto diverso: mettere insieme ed esibire in modo esasperato ed esagerato i peggiori sentimenti di rivalsa e vendetta di un gruppo di persone senza reputazione, e vedere l’effetto che fa. Nel vuoto culturale ha fatto effetto. Ma era troppo grossolano e misero per poter continuare, fino a che ha fatto il patto di Arcore nelle cene del lunedì e ha acquisito una vita in simbiosi, libera da preoccupazioni economiche e in grado di beneficiare dello stesso clima di intimidazione e sottomissione giornalistica imposto e goduto da Berlusconi. Ma Bossi non è un partito, è una vita di espedienti che si è agganciata in tempo a un livello molto più alto e più grande di imbroglio. Anche l’Italia dei Valori, che pure era sembrata un importante nuovo gruppo politico, può essere raccontata solo come storia di Di Pietro, con il malinconico finale che sappiamo.

Veltroni ha fondato il Partito democratico e ha dato davvero per un momento l’impressione dell’ingresso in un’epoca nuova. La “comunità” di cui parla nel suo ultimo libro (E se noi domani, Rizzoli ) è sempre stato il suo pensiero fisso. Però la sua rapida estromissione e il fatto che la costruzione è risultata di mattoni senza cemento, l’ha subito esposta alla furia dei venti (di cui resta in balia) come la casa dei tre porcellini. Perciò ci resta la storia di Veltroni, ma non la storia del Partito democratico. Questa storia mancante non si colma né sostando a compiangere i diritti negati di Ber-sani (doveva formare un governo e glielo hanno tolto di mano) né con la molto pubblicizzata cavalcata di Renzi che viene a pretendere un trono che non c’è.

Grillo è arrivato a mani piene (persone e promesse) ma mai nessuno nonostante i seguaci, ha realizzato programmi o promesse senza dare ruolo e valore e senso al lavoro di chi si è offerto di partecipare ed è stato eletto. Governare attraverso ordini indiscutibili uccide, e si può solo aspettare. E dunque ci resta solo un’interessante “storia di Grillo” ma niente da scrivere, per ora, sul Movimento Cinque stelle. Forse in questo schema (storie di persone, ma non di movimenti e partiti) sta il nocciolo pericoloso della crisi. Molti personaggi si aggirano, con buone e con cattive intenzioni, per le strade deserte di un Paese spaventato che non può più mettere niente in comune, neppure la paura.

Il Fatto Quotidiano, 16 giugno 2013