Le frasi: “Non le ho tirato una sedia in faccia solo perché è una signora”. Oppure: “Sotto il botox, il nulla…”. Le risposte: “La politica non è un lavoro e Silvio non è un bancomat, basta con i piccoli parassiti di professione!”. E ancora: “Bisogna rifondare il Pdl, dobbiamo liberarci di certe facce da baraccone”. E’ tempo di scambi di amorosi sensi dentro il Pdl in disarmo e in via di trasloco. Perché è proprio in questi momenti di basso, bassissimo impero che emergono i sentimenti più veri tra i vecchi commilitoni dell’ormai ex (ma davvero molto ex) partito “dell’amore”. Quelle frasi riportate poco sopra sono solo alcune perle degli ultimi, accesi dialoghi che hanno caratterizzato il “confronto interno” tra Renato Brunetta e Daniela Santanchè, arbitro (ma neppure troppo) Fabrizio Cicchitto, regista (attonito) Denis Verdini. La “rottamazione” interna provoca agitazione e gli stracci volano più facilmente del solito. Specie ora, a pochi giorni (mercoledì) dal pronunciamento della Cassazione sul legittimo impedimento di Berlusconi nell’ambito del processo Mediaset. Pronunciamento sul quale spera Berlusconi per vedere di fatto annullato l’intero procedimento. Altra scadenza delicata, fine mese, quando dovrebbe andare a sentenza il processo Ruby (24 giugno). Appuntamenti che rendono difficile – certo – il sonno del Cavaliere e che si ripercuotono anche sullo stato di salute e tenuta del partito. I colonnelli di Silvio sono più tesi di lui. Se possibile.

Al momento la linea nei confronti del governo non cambia: le sentenze non avranno ripercussioni sull’esecutivo. Ma l’incognita transfughi M5S, gli smottamenti interni al Pd e, soprattutto, le mosse di Napolitano in caso di crisi, spingono le ‘colombe’ pidielline a frenare su possibili scenari ‘catastrofisti’, che vorrebbero un Berlusconi tentato dallo staccare la spina a Letta e andare al voto. Al contrario, i ‘falchi‘ – appunto Verdini, la Santanchè, Daniele Capezzone – spingono affinche’ sia il Pdl, prima del ‘ribaltone rosso‘, a prendere il toro per le corna e tornare al voto. Nella sostanza, il caos regna sovrano. Con un personaggio che si staglia all’orizzonte a rendere ancora più difficile la gestione del gruppo: Renato Brunetta.

Sono giorni, come si diceva, che Daniela Santanchè e Renato Brunetta se le danno di santa ragione. Ufficialmente, entrambi negano e manifestano “amicizia e stima”. Poi, appena girato l’angolo, lui l’attacca perché lei aspira a diventare, di fatto, l’amministratore delegato del nuovo “partito azienda” di sua stessa invenzione (lei, imprenditrice, a capo di un partito di suoi pari). Lei ce l’ha con lui perché è “un piccolo tiranno” che “gestisce malissimo il gruppo” dove “decide tutto da solo” senza neppure consultare i colleghi su come muoversi sui provvedimenti più delicati. Persino Raffaeele Fitto, antropologicamente negato per reggere confronti violenti, si è scagliato contro il capogruppo con inusuale foga dopo essere stato tenuto all’oscuro di una mozione pidiellina riguardante l’Ilva di Taranto che Brunetta aveva scritto tutto solo nella penombra del suo studio a Montecitorio. La rissa è, dunque, pressochè continua, ma la Santanchè è quella che da maggior filo da torcere all’ex ministro. Le scintille partono facile e lui se ne lamenta direttamente con il Cavaliere. Che ne ha le scatole piene. Tanto da intervenire sulla Santanchè, presente Verdini: “Renato ha fatto tanto bene durante la campagna elettorale delle politiche – avrebbe detto il Cavaliere,– dovevo per forza dagli qualcosa; farlo capogruppo mi è sembrato il minor male…”. E, invece, pare di no.

Il personale del gruppo è in rivolta per la “maleducazione” con cui Brunetta apostrofa segretarie e addetti stampa, ma dietro il nervosismo cova rancore vero. Brunetta sa che se la Santanchè arriverà a ricoprire un incarico di coordinatore al posto di Alfano, per quanto nella sola prima fase della “rifondazione” del Pdl, il primo che finirà nel tritacarne sarà proprio lui. E lei non vede l’ora di scippare davvero la poltrona ad Alfano per vedersela con “Renatino” e vendicarsi di una serie di torti subiti (a suo dire), come quando l’ex ministro mancò di dare la solidarietà all’amato Alessandro Sallusti all’epoca dei domiciliari per la diffamazione a mezzo stampa. Un disastro. Tanto che qualcuno dei più avveduti del Pdl mastica amaro. E ipotizza sfracelli tra i “titani” il guerricciola tra loro. Come che la storia del “ritorno al passato”, alla “fu” Forza Italia, possa finire anche a carte bollate…