È sempre bello vedere migliaia di persone percorse da un’onda emotiva forte che le porta a esplodere un grido liberatorio e collettivo: “People have the power” cantano le persone. “People have the power”, canta Patti Smith, la poetessa punk new wave. Un grido che è rivolta, che evoca la rivolta, che esprime la voglia di rivolta e che al contempo è carico di speranza e di fiducia.

“Ascolta: io credo che tutto quello che sogniamo può arrivare e può farci arrivare alla nostra unione. Noi possiamo rivoltare il mondo, noi possiamo dare il via alla rivoluzione sulla terra, noi abbiamo il potere, la gente ha il potere… Il potere di sognare, di dettare le regole, di lottare per cacciare dal mondo i folli. È promulgata la legge della gente, people have the power”. 


Belle parole! Un’onda positiva e impetuosa, che si abbatte sul presente e che disegna un futuro diverso, realmente liberato. Un grido che nacque ai tempi di un’America buia, venuta dopo il Vietnam, dopo Nixon e ancora dentro Reagan, un’epoca di intrighi, di congiure, di gente che scherzava con le vite degli altri e di gente che distruggeva le libertà degli altri, in nome del denaro, del potere e di una visione del mondo dove il più forte mangia il più debole. In nome della guerra. Eppure, un grido positivo, senza voglia di vendette, senza rabbia, consapevole della propria forza, della possibilità di cambiare le cose, volendo, prendendo il destino per le corna e modificandone il corso. Assieme, tutti assieme. Energia allo stato puro e responsabilità delle proprie scelte.

È sempre bello vedere migliaia di persone percorse da un’onda emotiva forte. Eppure vedendole non posso non pensare alle nostre piazze oggi gremite di persone che riempiono l’aria di voci che non producono parole proprie, ma che inseguono parole altrui, quelle di “uno”. Persone che certo vogliono cambiare, ma che sanno esprimere solo rabbia, onde negative, così povere di speranza, piena di vendetta, morte già prima di nascere. Urla che escono dalle viscere e non dal petto. Siamo sicuri che con la rabbia in corpo e con questo spirito di vendetta cambieremo questo paese? Un modo per non assumersi responsabilità, forse, per nascondersi dentro o dietro.

Eppure, per quanto brutta, quest’Italia qui non è certo peggio di quell’America lì. Diciamo uguale. E allora mi chiedo come mai non si riesca a costruire una protesta che sia anche proposta, che sia rivoluzionaria davvero e che quindi porti con sé anche l’idea di ciò che ci sarà dopo la rivoluzione.

Qui da noi nessuno più sa immaginare il futuro. Solo sappiamo prospettare le macerie del presente. L’unica visione che abbiamo è quella del campo di battaglia il giorno dopo.

Ma il giorno dopo ancora cosa ci sarà?