Un cattivo fenomeno ti indigna di più quando ne percepisci l’impatto sulla vita reale. Quando vedi gli effetti devastanti sulle persone o immagini in prospettiva le possibili conseguenze. A ben pensare, la prima volta che mi sono interrogato seriamente sul fenomeno delle slot machine è stata una mattina di gennaio in cui vidi entrare in una della tante sale gioco di Milano un giovane papà con in braccio il suo bambino. Il piccolo avrà avuto sì e no due anni. A catturare la mia attenzione non fu la scena in sé quanto quello che udii: “Adesso papà ti porta a fare due tiri alle macchinette”.

Questa scena mi è tornata alla mente di recente mentre leggevo un articolo sulle ‘ticket redemption’: le slot machine per bambini. La mia riflessione non ha origine da un atteggiamento pregiudizievole verso quel papà, probabilmente attratto dal sogno low-cost d’incontrare la fortuna dietro l’angolo e di cambiare vita, ma da una preoccupazione legittima verso i bambini ‘educati’ sin da piccoli con messaggi tipo ‘Gioca e vinci’ o ‘Sfida la fortuna’.

Come ha dichiarato Maurizio Fiasco, in un intervista su Terre di mezzo, è un po’ come dire: ‘cari bambini ora allenatevi coi ticket, quando sarete grandi potrete vincere davvero, denaro sonante, come gli adulti’.

La differenza principale tra le slot machine e le ticket redemption sta semplicemente nel fatto che le prime sono vietate ai minori di 18 anni, le seconde sono invece accessibili ai più giovani perché il premio non è in denaro ma in ticket da un punto ciascuno. Tanti ticket uguale tanti punti. Uguale un premio. Queste macchinette pullulano nei centri commerciali – ‘non luoghi’ per eccellenza per dirla con Marc Augé – in cui le sale da gioco continuano a guadagnare spazio.

Del gioco d’azzardo che ha il suo target tra i minori (a differenza di quello delle slot machine rivolto agli adulti) non si conosce ancora il giro d’affari. La sensazione è che esattamente come il fratello maggiore sia destinato a guadagnare quote di mercato.

Non entro nel merito delle dimensioni del fenomeno. Sono tanti gli articoli e le inchieste a riguardo. Mi limito a citare un pezzo apparso su il Fatto quotidiano che parla di circa 19 milioni di scommettitori di cui 3 a rischio ‘ludopatia’ e l’analisi di Marco Dotti Slot-City. Brianza-Milano e ritorno. Voglio piuttosto porre l’accento sulle iniziative pensate e volute dai cittadini che si trovano ad alzare la voce contro le lobby del gioco e lo Stato per sensibilizzare l’opinione pubblica e chiedere che un fenomeno preoccupante venga regolamentato attraverso delibere e progetti di prevenzione e cura dalle dipendenze. È un dovere di chi ha a cuore la tutela dei più fragili: giovanissimi, anziani e meno abbienti. Coloro che più di tutti sognano di diventare ricchi, aiutati da uno Stato che con ambiguità incentiva il loro gioco.

Incoraggiano e fanno ben sperare la marcia ‘No slot’ partita da Pavia – la città col maggior numero di sale gioco in Italia – la campagna nazionale Mettiamoci in gioco a cui ha aderito il Cnca, l’esperienza di Fate il nostro gioco: il progetto che invita i ragazzi a usare la matematica come “antidoto logico” per immunizzarsi dal rischio degli eccessi da gioco, gli appelli di 11 sindaci ripresi nel libro di Angela Fioroni ‘Le regole del gioco’, le proteste delle mamme di Firenze che l’estate scorsa sotto il tendone di ‘Mondobimbo’ hanno mostrato il loro dissenso per la presenza delle ticket redemption.

Questi esempi raccontano di chi vuole difendere la crescita culturale dei cittadini dopo aver constatato che lo Stato è in conflitto con se stesso perché guadagna molto sulla vendita venendo meno alla sua responsabilità di regolare la vita pubblica.

Le imprese del gioco e lo Stato mi ricordano la figura di Joe Morelli che, ne L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore si presenta come inviato di una casa cinematografica nella Sicilia degli anni ’50. Propone alla gente provini per 1.500 lire in cambio di fama e denaro. Dopo l’arresto e il pubblico ludibrio, Morelli si ritroverà – scontata la pena – a ripensare a tutta quella umanità che aveva visto passare nel suo tendone, a quei provini che non sono rimasti impressi sulla pellicola, ma nella sua memoria.

E’ proprio a quell’umanità che in tempo di crisi è incentivata a sognare, perché ha smesso di coltivare il desiderio, che dobbiamo pensare quando vediamo che al posto di una storica pizzeria sotto casa o di una vecchia attività commerciale arriva una nuova sala gioco.