Il dibattito è vecchio, muffoso e pure un po’ noioso. Riusciamo noi italiani ad esportare la nostra musica? Esportiamo solo quella che fa schifo? O, di contro, riusciamo anche a farci belli agli occhi dei cugini francesi o del Sud America? Onestamente ho sempre creduto che ognuno tiri acqua al suo mulino. E che, almeno limitatamente a quel che è la mia esperienza con la lettura delle penne musicali italiane, ci piace parlarci male e buttarci fango addosso.

Proprio su questa scia, stamane su Repubblica.it compare un articolo a firma di Gino Castaldo che, per i pochi che non lo conoscessero, è tra i decani delle firme più importanti del giornalismo musicale italiano. Il titolo recita “Band italiane, star nel mondo sconosciute in patria“. Che sia forse il solito spot a quanto si stia bene all’estero e quanto faccia schifo fare musica in Italia? Un po’ sì. L’attacco del sottotitolo già non promette bene. Si parla di “tecno-punk”. Al di là del fatto che il termine ‘tecno’, in riferimento alla musica, non esiste (‘techno’, semmai), Castaldo ragiona sul fenomeno dei Bloody Beetroots, star a suo dire adorate all’estero e che qui in Italia non ce li filiamo di striscio. Ora, tralasciando i gusti soggettivi sulla musica del duo, Castaldo probabilmente non sa quanti soldout i Bloody abbiano fatto registrare, quali siano le scene d’isterismo dei fan ai loro concerti e tutto il seguito che loro abbiano qui in Italia.

Purtroppo la prospettiva, un po’ demodè a voler essere buoni, di Castaldo è album-centrica. Dimmi quanti album hai venduto e ti dirò quanto vali. Un qualcosa del tipo “I Bloody Beetroots hanno venduto due milioni di copie con ‘Romborama’, ma soltanto una minima parte di queste in Italia? Bene, allora in Italia significa che non se li fila nessuno”. Una generalizzazione nella quale cadono ricorrentemente moltissimi critici musicali un po’ âgé che, così facendo, dimostrano solamente d’avere poco tatto con il qui ed ora della musica. Se invece di perdere il polso della situazione, si fosse invece capito che l’attuale industria musicale non ruota più attorno all’Lp quanto a tutto il contorno (crearsi un’immagine definita, concerti, merchandising), ecco che non si giudicherebbe più i Bloody Beetroots come un gruppo che piace a tutti tranne che a noi italiani.

Stesso identico discorso per Lacuna Coil e pure per Benny Benassi (che viene ricordato per la sua giurassica hit ‘Satisfaction’, ballata in discoteca 11 -undici- anni fa). E tralasciando il riferimento agli Aucan (che pure in Italia registrano il classico tutto esaurito), Castaldo pure sui Blonde Redhead calca la mano defininendoli ‘milanesi’, quando più o meno tutti gli afecionados al gruppo sanno che i fratelli Pace in Italia, a Milano, ci sono solo nati (salvo poi crescere in Canada e quindi negli Usa). Posto che l’unico sul quale ci prende è forse Daniele Luppi, eviterò ogni commento sui Crookers. Forse li conosce pure mia nonna.

Che Castaldo sia incappato in qualche gaffe lo testimonia anche una divertente pagina Facebook, “Il mio amico Wilko“. Su Repubblica, in un articolo/live-report di un concerto di Bon Iver, riportava le parole del cantautore che ringrazia i Wilco, uno dei più importanti gruppi della scena folk-rock degli ultimi quindici anni, riuscendo in un sol colpo a storpiare il nome e confessare di non sapere chi fossero. 

In ogni caso, non mi pare nemmeno che i difetti che egli imputa all’Italia – crisi discografica e talent – siano caratteristiche negative ed esclusive del solo nostro Paese. Non mi sembra che in Francia, in America o Svezia non esistano questi due fattori. Semmai lì c’è una tradizione consolidata nell’appoggiare le realtà emergenti (il caso islandese con gli incentivi dati dal governo alle band è lampante). Nonostante ciò, pur di apparire esterofili, si tira in ballo anche la mancanza di un circuito di base, quando mai come ora i confini tra il mondo mainstream e quello indipendente si siano fatti via via più labili. 

A voler parlar bene di band conosciute forse più all’estero che in Italia si citino i deliziosi port-royal (che spopolano in Russia, Ucraina e tutto l’est-Europa), oppure nuove leve elettroniche come Herva, oppure ancora gli Uzeda o His Clancyness. Forse non sono nomi conosciuti quanto quelli citati da Castaldo. Di certo di pubblico in Italia ne hanno poco (rispetto all’estero). Altri, Crookers o Bloody Beetroots, in Italia spopolano. Ma questo, a quanto ci viene raccontato, nessuno lo sa.

Twitter | @albertoasquini