Sara Zuglian, classe 1985, è laureata in ingegneria, vive da sei mesi a Singapore e lavora in un campo particolare: è terminal performance partner, la figura che si occupa di gestire la performance dei porti che le navi container della compagnia per cui lavora visitano in Nuova Zelanda, Vietnam e Malesia. Trovare lavoro, racconta, non è stato un problema, anche in un ambito generalmente pensato come “maschile”: “Se consideriamo il settore tipicamente maschile perché le posizioni ‘di rilievo’ sono occupate da uomini, allora anche i settori di finanzia, moda, educazione e chi più ne ha più ne metta sono prevalentemente dominati da uomini. Certo, avanzano più velocemente perché sono più furbi, fanno più networking, sono più bravi a cogliere le occasioni. Forse sono più spudorati”. La differenza di genere, però, non è sufficiente a mettere fuori uso una giovane donna determinata come Sara: “Io scelgo di entrare in ufficio come professionista, al di là del mio genere. Non sono mai stata discriminata e non è mai stata messa in dubbio la mia capacità di gestire certe situazioni perché donna. Mi sono stati fatti complimenti gentili e sono stata oggetto di diverse battute sui miei tacchi audaci e vestiti colorati, ma mai una provocazione oltre il consentito. Certo è giusto mantenere uno stile quanto più discreto al lavoro, del resto le gonne troppo corte e le maglie troppo scollate stanno bene solo a poche e la maggior parte delle volte solo in spiaggia”.

Nel suo percorso, fra l’università di Vicenza dove ha studiato i primi tre anni di ingegneria gestionale e il trasferimento a Singapore ci sono cinque anni in Danimarca. “Nel 2007 ho vinto una borsa di studio per la specialistica, che ho scelto di fare in Danimarca. Nel 2009 mi sono laureata con il massimo dei voti, una pubblicazione in una delle più importanti riviste del settore logistica e trasporti, un’offerta per un dottorato e la bella sensazione di essere completamente maestra potere decidere del mio futuro”. Rifiutato il dottorato, in breve tempo Sara si guadagna una buona posizione in settore molto tecnico, occupandosi di carburanti marini: “Il mio primo lavoro mi ha posta di fronte a sfide eccellenti dal primo giorno permettendomi di formare un carattere solido, di acquisire sicurezza e di crescere dal punto di vista professionale e personale. Mi sono anche divertita molto, ho girato il mondo, ho guadagnato bene, ma dopo 5 anni di Danimarca sentivo di aver fatto tutto ciò che c’era da fare lì. Volevo trasferirmi in una città con un clima caldo, vicino al mare e sicura. Ho sempre voluto vivere in Asia e Singapore è l’introduzione perfetta. La Svizzera all’equatore”.

Di tornare in Italia, per il momento, non se ne parla: “Il problema è stato spesso lo stipendio offerto: non posso accettare di vedermi lo stipendio ridotto ad un terzo per vivere e lavorare in una grande città dove affitti e costo della vita non si discostano da quelli di qualunque altra città al mondo. In Italia mancano l’accesso al credito per le imprese, misure per migliorare la produttività, misure a sostegno delle famiglie e delle mamme, infrastrutture, flessibilità”. La scelta di rimanere all’estero si paga con un po’ di nostalgia: “A volte mi sveglio pensando a quanto sarebbe bello essere ‘a casa’, vicina ai miei genitori, nonni e amici. Vorrei godermi tutto ciò che di meraviglioso il nostro Paese ha da offrire e contribuire al rilancio del nostro sistema economico e sociale. Vorrei provarci, per lo meno, ma non volendo pesare sulla mia famiglia semplicemente non posso permettermi di tornare. Non ancora”.