Sesso, religione e abusi, ma il titolo è Paradiso: una beffa? No, tre film (Love, Faith e Hope) transitati per tre festival (Cannes, Venezia e Berlino) con altrettanti scandali: è la trilogia Paradise diretta dal regista di culto austriaco Ulrich Seidl, quello di Canicola e Import Export. In attesa che Archibald li porti nelle nostre sale, sono in cartellone alla nona edizione del Biografilm Festival, in programma a Bologna fino al 17 giugno sotto la direzione di Andrea Romeo. Assoluto protagonista Seidl, la cui premessa a questa intervista è emblematica: “Non sono crudele io, ma la realtà, e non solo quella austriaca: questi film avrei potuto benissimo girarli in Italia”.

Amore, fede, speranza: qual è il legame della trilogia?
La corporeità, in tutti e tre i film si parla del corpo femminile, usato e abusato. Nel primo film, Paradise: Love, la protagonista Terese va in Africa per cercarsi un amante, perché il suo corpo non incarna più l’ideale di bellezza femminile. E’ lo specchio della nostra società che ci dà un diktat, ci propone una dittatura della bellezza ideale e chi non la incarna, specialmente se è una donna e per giunta sui cinquanta, ha un problema.

E il sesso?
E’ un altro tema ricorrente: tutte e tre le donne vogliono esaudire i propri desideri irrealizzati, compresa una sessualità soddisfacente, ma l’approccio nei tre film è molto differente. Terese in Paradise: Love sceglie un amante nero molto più giovane di lei; Annamarie si innamora nel suo Dio, e questo amore diventa molto intenso, corporale e sessuale (masturbazione col crocefisso, ndr); in Hope la 13enne Melanie si innamora di un uomo molto più grande.

Perché il titolo Paradise: un paradosso?
Paradise è un luogo della nostalgia in senso biblico, ma oggi anche una parola molto abusata dal turismo. Ovunque viene promesso il paradiso e tutte e tre queste donne ricercano il proprio non è un paradosso, il titolo è molto serio.

Qual è il suo rapporto con la religione?
Sono cresciuto in una famiglia molto cattolica. La mia infanzia è stata segnata dalla religione, ho frequentato un collegio cristiano, ho fatto il chierichetto: non mi ha disturbato all’epoca, ma poi da ragazzo mi sono ribellato con veemenza contro l’autorità della chiesa, della mia famiglia e di mio padre.

E oggi?
Non sono un credente, ma una persona alla ricerca di Dio. E penso che le religioni influenzino sempre di più la società globale. E’ anche il tema di Faith dove si parla non solo della ricerca di questa donna e dell’amore verso il suo Dio, ma del marito musulmano che compare all’improvviso, della religione islamica che genera anche i conflitti che tutti conosciamo e del rapporto del mondo occidentale con quello arabo.

Seidl, si sente il cantore dell’Austria infelix?
Per come la vedo io, l’Austria è né più felice né più infelice dei paesi che la circondano. I miei film parlano sempre di austriaci con le loro particolarità, mentalità e lingua, ma rappresentano tutto il mondo occidentale: questi film potrebbero essere girati ovunque, in Italia, Germania o Francia.

Si dice che il peccato sia nell’occhio di chi guarda.
Non so chi lo dica, sicuramente io non ritengo che il peccato sia nell’occhio dello spettatore. Ognuno subisce un assalto o è commosso, disturbato, dipende: la mia intenzione è coinvolgerlo attraverso il mio sguardo sul mondo, comprese le verità che possono essere spiacevoli.

Qual è la sua visione del mondo: diceva Welles, “sono pessimista con speranza”, lei?
Potrei rispondere anche io così. Spesso si dice che i miei film sono pessimisti, ma è la società che è crudele: non sono io quello che rende il mondo brutto, io porto le brutte notizie e ritengo che solo attraverso il riconoscimento della verità avvenga il cambiamento e la speranza.

Pasolini è un cineasta che sente vicino?
Sicuramente agli inizi della mia carriera è un regista che ho ammirato molto, ma potrei citare anche Jean Eustache, Bunuel e Werner Herzog, o John Cassavetes e Andrei Tarkovsky.

Quale sarà il suo prossimo film?
Si chiamerà Im Keller/In cantina, è un film sugli austriaci che trascorrono il loro tempo libero in cantina per ritrovarsi, fare ginnastica, costruire qualcosa insieme. Naturalmente la cantina ha anche un altro significato: è sempre il luogo della paura, del buio, la scena del crimine.