Per anni la sinistra si è lambiccata il cervello ponendo la “questione settentrionale” e chiedendosi perché non riusciva a vincere al Nord. Nelle aree più ricche del Paese trionfava il centrodestra di Silvio Berlusconi e poi, dentro il centrodestra, la Lega arrivava addirittura a superare il Pdl. A un certo punto, dopo aver smesso di farsi domande e di ipotizzare addirittura un nuovo “partito del Nord”, la sinistra ha cominciato a vincere. Milano, Genova, Torino. E ora Brescia, Vicenza, perfino Treviso. Pdl a pezzi, Lega sfasciata.

Attenzione. C’è poco da festeggiare, vista la crisi che da queste parti fa chiudere ogni giorno decine di aziende e perdere ogni ora posti di lavoro: e questa non è una bella notizia per l’economia. C’è poco da festeggiare anche perché per la prima volta la metà degli elettori è rimasta a casa: e questa non è una bella notizia per la democrazia. Comunque un fatto è certo: l’ultima tornata elettorale ha eletto sindaci del Partito democratico e fatto crollare i voti di Pdl e Lega.

Il Pd cerchi di non montarsi la testa: intanto perché a trionfare al Nord non è stato il partito, l’apparato, ma (come già a Milano e a Genova) gli “irregolari”, i candidati che hanno dimostrato un forte insediamento locale e zero rapporti con la nomenklatura romana: tutti renziani, in questa tornata, da Emilio Del Bono (Brescia) ad Achille Variati (Vicenza) a Giovanni Manildo (Treviso). I dirigenti del Pd farebbero bene a non montarsi la testa, infine, anche perché la vittoria dei candidati del loro partito è avvenuta anche grazie al calo dei votanti: soprattutto gli elettori del centrodestra, questa volta, non sono andati alle urne, evidentemente non convinti dai candidati berlusconiani e leghisti. Particolare peso ha avuto, in ogni caso, il crollo della Lega. La vittoria di Roberto Maroni in Lombardia è stata l’ultima. E già alle scorse regionali il Carroccio aveva raccattato in Lombardia meno del 13 per cento, contro il 26 abbondante del 2000.

Ora i nodi vengono tutti al pettine: gli scandali del Trota, i diamanti di Belsito, i litigi tra Umberto Bossi e Maroni in Lombardia, le baruffe tra Flavio Tosi e Luca Zaia in Veneto. Il crollo è impressionante. Nel 2010, il Carroccio era il primo partito in Veneto con dieci punti più del Pdl. A Verona aveva il 36%. A Vicenza il 38. A Treviso, addirittura il 48, il triplo del del Pdl. Oggi la Lega è franata al 4,5% a Vicenza, all’8,5 a Treviso.

La Padana è stata messa in soffitta, il sogno bossiano della secessione è crollato e ora evapora anche il programma maroniano della macroregione. Il Friuli-Venezia Giulia è stato conquistato da Debora Serracchiani (un’altra renziana del Partito democratico: che il Pd del Nord sia nato senza saperlo, sotto le bandiere di Matteo Renzi?). In Lombardia, la Lega è appesa alla presidenza Maroni. In Veneto è quasi azzerata. Non è solo il declino di una classe politica che, nata con il cappio in mano durante Mani pulite, è cresciuta occupando poltrone ed è finita travolta dagli scandali. È anche il risultato dell’incapacità dei dirigenti leghisti a dare risposte alla crisi che ha travolto i loro elettori nel Nord, i piccoli imprenditori, gli artigiani, i commercianti di una terra che fino a poco tempo fa produceva e macinava ricchezza.

Ora, delusi dalla politica, quegli elettori stanno a casa ad aspettare. La scommessa dei vincitori, i nuovi sindaci e amministratori di questo strano Pd che si è affermato alle ultime elezioni, è allora quella di convincere anche chi non li ha votati: senza promesse mirabolanti, ma con ricette concrete. I prossimi anni ci diranno se è nato un nuovo partito riformatore del Nord, oppure se, tramontata la Lega, si è tornati alla Dc.

@gbarbacetto

Il Fatto Quotidiano, 13 Giugno 2013