La restaurazione in corso è destinata a portare alla luce gli aspetti più sgradevoli della nostra vita pubblica, come gioco al massacro nella corsa al potere. In cui la modalità organizzativa prevalente è quella delle cricche e delle cordate, cementate da ragioni che nulla hanno a che spartire con i principi ideali.

Ad esempio Matteo Renzi manifesta nervosismo in misura crescente in quanto, al di là delle retoriche sulla rottamazione, assiste all’occupazione da parte di Enrico Letta della posizione strategica su cui lui stesso pensava di negoziare la propria ascesa ai vertici nazionali: la promessa di fare breccia nell’area dell’elettorato conservatore. Anche se una parte dei fan del sindaco (assenteista) di Firenze continua a bersi la storiella che il rinnovamento passa per la questione generazionale. Ennesima riprova che la politica si è ormai liberata del fastidioso impiccio del ragionamento, trasformandosi in larga misura in una questione di appartenenza. Ma senza rinunciare ai vizi del cinismo opportunistico e all’inestirpabile vocazione di ricostruire la realtà a proprio uso e consumo; che la resero una pratica per addetti dagli stomaci d’acciaio, già a partire dalla seconda generazione repubblicana (dopo l’accantonamento dei padri costituenti, trattati alla stregua di fastidiosi ferrivecchi: i De Gasperi, i Terracini, i Calamandrei, gli Einaudi…).

Cinismo opportunistico: la solita sgradevolissima abitudine di scalciare il politicamente sconfitto. Come i molti ultrabeneficiati dall’intruppamento al seguito di Beppe Grillo e che ora arzigogolano distinguo sino a ieri impensabili. Ad esempio, non ricordo di aver sentito prese di distanza da parte della senatrice Adele Gambaro riguardo al trattamento da appestata riservato a suo tempo alla consigliera comunale bolognese Federica Salsi da parte dei colleghi pasdaran. Al tempo in cui Grillo appariva inarrestabile, invincibile. Dal mio osservatorio ligure sto assistendo all’omicidio rituale dell’ex ministro Claudio Sciaboletta Scajola. La cui sconfitta con caduta verticale viene presentata come l’esito di una lotta di liberazione, un’opera di bonifica dell’area imperiese. Quando in realtà è la solita storia non esaltante dei topi pronti ad abbandonare il natante che affonda. Ossia la “variegata” aggregazione messa in piedi dall’ex sodale di “u ministru” – il governatore ligure Claudio Burlando – assemblando passati seguaci di colui che si incastrò negli acquisti di appartamenti romani “a propria insaputa”, finendone travolto; ad esempio l’ex sindaco di Imperia già Pdl, An e Msi Paolo Strescino, a lungo di fedeltà scajolesca. E anche il sindaco entrante – Carlo Capacci, in quota del redivivo Psi – non sembra certo un cultore della tradizione intransigente dei Giacomo Matteotti. Ma tant’è, lo sport nazionale del correre in soccorso della vittoria fa pendent con quello del maramaldeggiare sul corpo esanime del perdente. Sicché – davanti allo spettacolo indecente – mi viene spontaneo proferire il canonico “vile tu uccidi un uomo morto”, proprio in quanto “non fan” dei Francesco Ferruccio di turno; si tatti di Scajola come di Grillo.

Veniamo all’illusionismo. Ossia la ricostruzione fasulla dei fatti: ecco tutti a gridare alla grande vittoria del Pd nelle recenti amministrative (il 16 a 0), come se si fosse realizzata un’inversione di tendenza clamorosa. Del tutto inesistente. Infatti i trend per i democratici (non per il M5S) risultano immutati rispetto alle politiche di febbraio: coalizzato con Sel incassa la maggioranza relativa nel voto residuato, a fronte di un assenteismo in crescita esponenziale. Sicché il Pd vince in retromarcia proprio perché il Pdl aveva e ha preso ancora meno voti. Se si andassero a contare i suffragi in valori assoluti, e non statistici, si avrebbe il quadro di un perdurante disastro. Che è la catastrofe prima di tutto morale di una politica spudorata, in cui si scatenano i peggio istinti di sopravvivenza e di sopraffazione. Anche se ufficialmente si annunciano con tono pensoso e compassionevole priorità di pura facciata. Come quella della lotta alla disoccupazione giovanile. Cioè interventi a favore di quel pezzo di società che resta fuori dal bacino di consensi in cui pesca l’attuale maggioranza. E che quindi può essere abbandonata al suo destino. Tranquillamente.