Genzano si incontra uscendo da Roma e percorrendo la via Appia Nuova verso sud. Subito dopo Albano Laziale e poco prima di Velletri. Del centro, molto più che per il piano urbanistico sviluppato dai Cesarini tra la seconda metà del Cinquecento e la seconda metà del Seicento, sono noti la festa dell’infiorata e, soprattutto, un tipo caratteristico di pane. Un casareccio che ha meritato l’Igp e che è a tutti gli effetti la vera gloria locale. Da queste parti durante il fine settimana, specialmente con il bel tempo, i romani si affollano. I negozi di generi alimentari, lungo il corso principale e ristoranti e fraschette, ovunque, si riempiono di persone. Peccato che quasi nessuno, prima o dopo aver saziato il proprio appetito, sia solleticato a spostarsi di poco, fino a raggiungere la zona artigianale. Attraverso una strada dissestata potrebbe arrivare ai resti della cosiddetta villa degli Antonini. Potrebbe, certo. Infatti, come accade quasi sempre e non solo da queste parti, nessuna indicazione sull’esistenza di questo straordinario esempio della grandezza raggiunta dai romani. Alcun cartello in paese, così come lungo la strada principale dalla quale si deve deviare per entrare nella “cittadella  del fare” di Genzano. Informazioni ci sono soltanto sul sito online del Comune di Genzano.

Se qualcuno ha provveduto a documentarsi sulla storia di questo impianto, arrivando sul posto non può che rimanere deluso. Con difficoltà si può credere che qui ci siano state strutture imponenti, approvvigionate da un grandioso acquedotto su arcate. Che da qui provengano i numerosi busti degli Antonini esposti ai Musei Capitolini

Sul lato destro di via del Lavoro inizia una striscia di terreno in edificato, di proprietà comunale, che prosegue per alcune centinaia di metri. Per un primo tratto a delimitazione del terreno, mancando una qualsiasi recinzione, c’è una rete arancione da cantiere, ormai quasi sommersa dalla vegetazione. Più avanti, non c’è neppure quell’esile barriera. L’ingresso all’area è agevole. Anche se forse sarebbe meglio dire, sarebbe agevole, considerando che “dentro” la vegetazione spontanea cresce indisturbata. A quel che si vede particolarmente florida. Al centro, un cancello improvvisato sul quale oltre al divieto di accesso campeggia un cartello sul quale è indicato come in quell’area si è svolta una campagna di scavo in virtù della collaborazione tra il locale Comune, la Soprintendenza archeologica per il Lazio e la MontClair State University. Quasi all’estremità meridionale di questo terreno, nonostante il verde lussureggiante, si vedono spuntare le strutture antiche superstiti. Pertinenti ad alcuni ambienti termali, disposti su due livelli. Si riconoscono in particolare i pinnacoli in opera laterizia, restaurati dopo le ricerche realizzate dalla Soprintendenza archeologica per il Lazio alla fine degli anni Ottanta. Obliterati quasi gli ambienti a livello inferiore, con funzione sostruttiva. Se si fa finta che il cassonetto dell’immondizia indifferenziata che si trova sul marciapiede, proprio in coincidenza del monumento, così come alcuni cumuli di materiali edilizi gettati nelle vicinanze, non ci siano, si riesce ad apprezzare la bellezza del sito.

Il panorama che si vede da qui, l’orizzonte, che sembra lontanissimo. Naturalmente sempre che si alzi lo sguardo, impedendogli di soffermarsi sui capannoni che sono poche decine di metri a sud dei resti della villa. Quel che si vede è quel che resta di una delle ville più importanti dei dintorni di Roma. Nella quale nacquero sia Antonino Pio che Commodo. Una delle residenze imperiali più cospicue della zona. Estesa con ogni probabilità dall’Appia antica a nord, almeno fino ai resti ancora visibili. Compresa anche sul lato opposto della strada. In un ambito territoriale, delimitato a sud da via Antonino Pio imperatore, a lungo destinato a coltivazioni agricole e solo più recentemente divenuto edificabile. A seguito di una delle varianti al Prg, approvato con delibera comunale del novembre  1997 e quindi dalla Regione nel maggio 2004. Un’area nella quale si sono moltiplicate negli ultimi anni le costruzioni, fino alla situazione attuale nella quale la gran parte degli spazi risulta ormai saturata. E si continua a costruire. Forse, contribuendo anche alla distruzione di parti del complesso antico. Né va meglio nell’area sul lato dei resti ancora visibili, a nord di essi. Anche lì l’urbanizzazione è stata selvaggia. Dagli sbancamenti degli anni Ottanta per la costruzione di un quartiere di edilizia popolare si sono miracolosamente salvati due brevi tratti della via basolata che dall’Appia antica conduceva alla villa. Anche se in condizione di conservazione precaria e di difficilissimo accesso.  Probabilmente molto di più è andato perduto. Distrutto o obliterato.    

La sorte della quasi totalità dei siti archeologici di quest’ambito territoriale, quello dei Colli Albani, dovrebbe far guardare con favore a quel che accade alla Villa degli Antonini. Nel territorio di Genzano, come in quello di Ariccia e Nemi, Albano e Rocca di Papa, Lanuvio e Castel Gandolfo ville di straordinarie rilevanza in abbandono. La cui conservazione più che non ad altro, sembra affidata alla sensibilità dei proprietari dei terreni nei quali si trovano. Spesso semplicemente al caso. Alla circostanza di non trovarsi in aree nelle quali si è deciso, ora dal pubblico, ora dal privato, di realizzare nuove costruzioni. A Genzano almeno si è salvaguardata l’area nella quale emergono le strutture superstiti del complesso. E il recente protocollo d’intesa tra Comune, Università e Soprintendenza, ha posto le basi per indagini nei prossimi anni nel sito.

Opere meritorie, senz’altro. Anche se l’urbanizzazione realizzata a nord e quella quasi completata a sudovest si sarebbero potute evitare. Procedendo ad una pianificazione nella quale si fossero tenuti in maggior conto gli aspetti storico-archeologici del settore. Anche se lasciare quei resti così nobili tra sterpaglie ed immondizie è un nonsenso. Per un Comune e una Regione che sostengono di puntare sulla valorizzazione del patrimonio storico-archeologico. Sullo sviluppo di politiche culturali più solide.

Nella sostanza quasi niente di tutto questo. Genzano continua ad essere il paese dell’infiorata e del pane