Con l’udienza del 12 giugno l’avvocato Massimo Dinoia ha aperto le danze dei collegi difensivi nel procedimento penale per omessa dichiarazione dei redditi di Domenico Dolce, Stefano Gabbana e altre tre persone coinvolte. Si tratta della cessione dei marchi alla lussemburghese Gado, una società creata ad hoc e dichiarata poi un’esterovestizione dalla Agenzia delle Entrate sulla base delle normative antielusive.

L’avvio è stato decisamente scoppiettante, con un’arringa durata tre ore e mezzo per ben 183 pagine di relazione recitata a braccio dall’avvocato che attraversò tutta la stagione di Mani Pulite per poi finire a difendere lo stesso Antonio Di Pietro, suo grande avversario in aula.

Subito un’accusa al pm Gaetano Ruta che “dopo aver speso 2 ore 17 minuti e 12 secondi per parlare dell’esterovestizione di Gado ha speso solo 6 minuti e 14 secondi per chiedere un totale di 11 anni e mezzo di carcere per gli imputati e di questi solo 41,5 secondi per 5 anni ai due stilisti, quando ci sarebbe stato molto da argomentare sulle singole posizioni” visto che si tratta di penale, ha urlato in aula con un’evidente concitazione, a sottolineare un presunto preconcetto dell’accusa.

Dinoia ha ripercorso gran parte del dibattimento chiedendosi prima il motivo dell’imputazione e del direttore generale Cristiana Ruella e di quello amministrativo Giuseppe Minoni, difesi dal suo studio, autori di un reato considerato prima commissivo (nella vecchia imputazione rigettata dal Gup Luerti) e poi omissivo” con un cambio di visuale “sconcertante”.

La voce si è alzata moltissime volte e il viso dell’avvocato spesso è diventato paonazzo nell’incedere della teoria difensiva. Ad esempio parlando dell’interpello fatto dagli stilisti all’Agenzia delle Entrate prima dell’operazione di cessione: “chi chiede un interpello e poi si adatta alla risposta può aver fatto un dolo specifico di evasione”? Ha chiesto alla corte.

Durante la discussione non sono mancate neanche la citazioni del Vangelo: “Lei pm guarda alle nostre di pagliuzze e allora io guarderò alle travi della vostra requisitoria”, ha rilanciato gridando parlando dell’articolo 9 del Testo unico sulle imposte dei redditi (Tuir), che nel caso specifico concede agli stilisti-persone fisiche di pagare le tasse sulla cessione dei marchi in base al valore di realizzo – i 360 milioni di euro – e non in base al valore di mercato – 1,15 miliardi – assegnato dalla Agenzia delle Entrate nella sua verifica.

“Che la mano destra non sappia quel che fa la sinistra”, ha continuato con le citazioni evangeliche, dicendo che nell’arringa “ha parlato solo il pm Ruta per evitare che l’altro inquirente (Laura Pedio, ndr) dicesse cose opposte a quanto sostenuto per anni nel vecchio capo d’imputazione”. Ovvero la frode fiscale rigettata nel 2011 dal Gup Simone Luerti che aveva dichiarato il non luogo a procedere prima che la Cassazione riordinasse il procedimento.

Anche Collodi è salito agli onori della cronaca: “Chi sono i Pinocchio di questo procedimento”? Si è chiesto, sottolineando più volte la parola Pinocchio, l’avvocato parlando della volontà dei pm di chiedere il giudizio per falsa testimonianza ai due consulenti di Price Waterhouse Coopers, che avevano calcolato il valore del marchio. I due alla Gdf avevano sostenuto prima di sapere che i marchi sarebbero finiti in Italia per poi ammettere in aula di essere a conoscenza del Lussemburgo.

“Ma chi sarebbero questi due, che dicono delle bugie non per tirarsi fuori dai pasticci, ma per crearsi dei problemi che non hanno, essendo solo testi e non imputati? Sarebbero da dichiarare totalmente incapaci di intendere”. Evidente è sembrato, invece, il riferimento ai pm, che hanno ascoltato tutta la discussione con un invidiabile aplomb. “Questo processo è tra il più paradossale tra i procedimenti paradossali dall’antica Grecia ad oggi – ha detto Dinoia in conclusione – Dove si chiede a due stilisti che hanno incassato 360 milioni di euro di pagare tasse per 548 milioni di euro”!

Dopo di lui ha parlato l’avvocato Armando Simbari (sull’esterovestizione di Gado) e ha concluso il civilista Fortunato Taglioretti, tutti sempre in difesa degli stilisti e dei rappresentanti aziendali. Resta da dire che si tratta di un procedimento molto complesso dove si chiede una condanna penale per fatti presuntamente elusivi sui quali in aula si è molto dibattuto. Una prima per l’ordinamento giuridico italiano, come ha ricordato anche Dinoia.