Il 13 giugno Assinform presenta a Milano il “44° rapporto sull’Informatica, le Telecomunicazioni e i Contenuti  Multimediali”. Si parlerà di mercato italiano ICT (information and communication technology) e di Agenda Digitale. Seguo da anni il trend di questo settore e partecipo spesso a convegni e meeting in cui parlo di tecnostress in azienda, intervenendo in qualità di presidente di Netdipendenza Onlus. I lavoratori digitali sono infatti una categoria molto esposta al rischio “tecnostress lavoro correlato”, considerata una nuova malattia professionale dopo una storica sentenza del giudice Raffaele Guariniello della Procura di Torino.

Il mercato ICT è sempre stato un settore trainante in Italia. Offre posti di lavoro e spesso è in controtendenza rispetto alla crisi che vivono altri settori dell’economia. Ma per la prima volta registra un calo dell’1,8%, mentre negli altri paesi il “Digital Market” è il motore che traina la crescita (+ 5,2%). Come mai? La risposta la forniscono gli stessi operatori, con cui mi  capita di confrontarmi: “Il vuoto della politica sta uccidendo questo settore. Ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrtazione, finanziamenti alle imprese bloccati, le imposte alle stelle, nessun incentivo all’innovazione e l’Agenda Digitale che stenta a decollare”. Ancora una volta, un esempio della politica che dorme mentre l’Italia affonda. Si parla di Imu e presidenzialismo, mentre le urgenze sono ben altre.

Spiega Paolo Angelucci, presidente di Assinform:  “Internet, il mobile, l’economia dei social network stanno velocemente trasformando il mondo, generando nuove opportunità di crescita per quei paesi che accettano la sfida del cambiamento attraverso l’innovazione digitale. Anche in Italia ci sono effetti positivi sui segmenti più legati al web e al mobile. Sviluppo dei contenuti digitali e della pubblicità on line, del segmento software e nuove soluzioni ICT, della musica e dell’editoria online, il boom di smartphone, eReader e tablet e dei servizi innovativi a essi associati, dimostrano che questi segmenti non solo non risentono della crisi, ma sono già dentro l’economia italiana, crescendo mediamente del 7,5% e contribuendo a significative trasformazioni nei modelli di consumo e di business. Ma ciò sta avvenendo in un contesto nazionale ancora poco sensibile all’innovazione, in cui per un’impresa ogni nuovo investimento rappresenta un vero e proprio azzardo”.

In altre parole: nel resto del mondo l’ICT corre e assume, in Italia si tagliano le gambe a chi vuole investire nel futuro. I dati parlano chiaro: a fronte di un’economia reale che a livello mondiale è cresciuta nel 2012 del 3,2% rispetto all’anno precedente, l’economia digitale, definita come Global Digital Market (GDM), ha marciato alla velocità di +5,2%, giungendo a coprire quasi il 6% del Pil mondiale. In Europa il tasso medio di crescita del GDM si è attestato a +0,6%, ma il peso dell’economia digitale è giunto al 6,8% del PIL europeo. Nello stesso periodo, in Italia l’economia reale è calata del -2,4%, mentre il Global Digital Market, che rappresenta il 4,9% del Pil nazionale con un valore di 68.141 milioni di euro, ha registrato una dinamica del -1,8%. Nel 2007 il settore ICT dava lavoro a 337.443 persone. Nel 2011 il numero degli occupati è cresciuto nonostante la crisi economica (421.914), ma nel 2012 è sceso (418.497) con una perdita di 3.417 posti di lavoro (fonte: Movimprese-Netconsulting).

Quando i politici parlano di lavoro, priorità del lavoro, rilancio del lavoro, vorrei vederli su una sedia, con una luce sparata in faccia, nel buio di un sotterraneo, collegati in diretta web con gli italiani, mentre – con i dati alla mano – qualcuno gli urla: “Allora, la smetti di mentire spudoratamente? Cosa hai fatto, tu, per il lavoro? Confessa!!” 

Perché le cose vanno all’incontrario da noi?

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