Il governo annuncia il “decreto del fare”, ma sui provvedimenti concreti da adottare sembra ancora brancolare nel buio. L’economia italiana, intanto, non dà segni di miglioramento. Anzi. L’Istat ha rivisto al ribasso le stime preliminari del Pil relative al primo trimestre, prevedendo un calo del 2,4% dallo stesso periodo dell’anno scorso, e ha calcolato un crollo della produzione industriale in aprile del 4,6% rispetto allo stesso mese del 2012, il ventesimo calo consecutivo. Per far ripartire l’Italia e portarla fuori dalla crisi, secondo gli esperti di consulenza, la ricetta è una sola: tagli, tagli e ancora tagli, accanto ad aiuti alle imprese sotto forma di sgravi fiscali e fiere per rilanciare l’immagine italiana e, quindi, il made in Italy. E gli ingredienti, non c’è colpo di fantasia da campagna elettorale che tenga, sono spesso i soliti noti. Con qualche innovazione, come organizzare mostre all’estero per stimolare il turismo nella Penisola, l’introduzione di sgravi fiscali per le università che fanno ricerca ad alto contenuto tecnologico o di garanzie di Stato per i prestiti alle imprese, ma anche il rilancio degli investimenti privati per l’uscita da un’economia sussidiata.

KPMG avverte: “I tagli prima di tutto”
“Al primo posto metterei un grande programma di riqualificazione della spesa pubblica corrente e di modernizzazione/riorganizzazione della pubblica amministrazione”, avverte Michele Parisatto, Managing Partner di KPMG Advisory. “Su 800 miliardi di spesa corrente (di cui 5/600 miliardi di spesa per servizi pubblici essenziali Scuola, Sanità, Pensioni non aggredibili) esiste un montante di circa 300 miliardi su cui si può intervenire (spese per beni intermedi, acquisti di beni e servizi, etc.) per ottenere risparmi significativi anche nell’ordine del 5% annuo (pari a circa 15 miliardi). Un grande programma di contenimento della spesa che metta al centro il recupero di efficienza permetterebbe al Paese di dotarsi di modelli di accountability moderni e di avviare un serio programma di cambiamento nei processi della pubblica amministrazione”. Secondo Parisatto, un altro tema centrale per il recupero di competitività è quello di “come accompagnare i processi di internazionalizzazione delle tante medie imprese italiane che spesso non hanno marchi e/o risorse per entrare con efficacia sui mercati ad alto potenziale di spesa (Food, Meccanica, Arredo, etc.). In un’economia sempre più globale e capital intensive il sistema manifatturiero italiano, per essere realmente competitivo, ha bisogno d’infrastrutture di servizio che consentano alle imprese di relazionarsi in modo efficace con i mercati di sbocco più promettenti”. In pratica la società di consulenza si riferisce “al potenziamento della presenza del made in Italy sul web, a strumenti di finanza per l’export, a desk per l’internazionalizzazione, a format distributivi innovativi (l’esempio migliore è rappresentato da Eataly)”.

La comunicazione del marchio Italia e le privatizzazioni
Non scoraggiano, poi, i casi di memorabili insuccessi come quello di Italia.it. “Sempre in questa prospettiva, servirebbe anche un grande piano di comunicazione strategica del ‘marchio Italia’ nel mondo. In particolare, occorre un rilancio in grande stile del turismo che rappresenta un nostro punto di forza”, rilancia Parisatto. “Ma serve un approccio non burocratico: perché ad esempio non si fa una gara per ingaggiare i migliori pubblicitari del mondo e creare una campagna forte, incisiva, innovativa pianificando investimenti pubblicitari sui grandi media che creano opinione nel mondo?”. Altro tema fonte di grandi mal di pancia, le privatizzazioni. Con serietà, però. “E’ urgente anche promuovere un piano ‘serio’ di privatizzazioni soprattutto nei servizi pubblici locali (sono ancora 5mila le società le società di servizi pubblici sul territorio che in mano agli enti locali) e favorire la creazione di incubatori di business per favorire l’imprenditorialità, che è un altro grande punto di forza del nostro modello di sviluppo”, continua Parisatto. Infine, un grande progetto di semplificazione e di snellimento dei processi necessari per fare impresa. “Si tratta di una riforma ‘a costo zero’ che avrebbe un grande impatto anche sull’attrazione degli investimenti internazionali, altro fattore strategico di competitività su cui stiamo perdendo terreno”.

“Riaprire i rubinetti del credito”
Dulcis in fundo, la finanza. “Bisogna creare le condizioni per sbloccare i meccanismi di trasmissione della liquidità dalle banche alle imprese e alle famiglie. Certamente è finita la stagione del credito facile, ma senza finanza l’economia muore. Faccio presente che negli Usa hanno deciso di non aderire a Basilea III perché le nuove regole imponevano vincoli troppo stringenti alle banche. Probabilmente occorre rivedere il sistema della regulation finanziaria a livello internazionale. Le banche devono tornare a svolgere il loro ruolo di intermediari recuperando capacità di allocazione ottimale del credito e di risk management”. Non solo. “Si potrebbero potenziare i fondi di garanzia o il sistema dei confidi, oppure prevedere forme di garanzia pubblica valorizzando il ruolo della Cassa depositi e prestiti. Occorre anche favorire la diffusione di strumenti alternativi rispetto al credito bancario tradizionale, come ad esempio i mini bond e/o i bond di distretto (mettendo a punto meccanismi fiscali più favorevoli)”.

Le proposte degli esperti di consulenza sono in parte condivise dagli economisti presenti al Festival dell’economia che si è svolto a Trento settimana scorsa. Con qualche idea in più. Luigi Zingales, professore di finanza all’University of Chicago BSoB, sostiene per esempio che bisogna puntare su un “turismo di qualità” unico al mondo, rivalutando il territorio e le risorse che abbiamo. Mentre per Tito Boeri, che insegna economia all’università Bocconi,  occorre rilanciare il lavoro introducendo politiche adottate con successo in Germania e Inghilterra. E Alberto Bisin, professore di economia alla New York University, lancia un appello: abbassare le tasse e valorizzare la spesa, perché “l’Italia spende come le grosse democrazie del Nord ma ha un ritorno sulla spesa pessimo”.

Il “piano industriale per l’azienda Italia” di McKinsey
“Il concetto di risorse disponibili scarse è condivisibile solo se riferito alle risorse pubbliche a cui è possibile attingere in questo momento”, precisa invece McKinsey. “A fine 2011 le aziende quotate italiane avevano a bilancio 70 miliardi di euro di liquidità. Ma con un’economia che fatica a crescere da almeno vent’anni e in un momento di scarsa capacità di assorbimento della domanda, questa liquidità non viene investita. Oppure viene investita all’estero“, puntualizza subito Vittorio Terzi, Senior Partner dell’ufficio italiano di McKinsey. “Per rilanciare l’economia del Paese occorre concentrarsi su due ambiti principali: i settori a larga scala, che maggiormente contribuiscono al benessere del Paese in termini di occupazione e valore aggiunto, e le eccellenze. I settori a larga scala – costruzioni, commercio, trasporti, turismo e servizi professionali – pesano per circa il 50% degli occupati e del valore aggiunto nazionale e rappresentano il 56% degli investimenti persi negli ultimi anni. Su questi settori occorre intervenire con decisione per migliorare la competitività e la produttività, con benefici che ricadono su ampi strati di popolazione e che consentono di rimettere in moto il ciclo virtuoso di produzione della ricchezza, consumi inclusi”. Poi ci sono le eccellenze, sia nel comparto meccanico che del tradizionale “made in Italy” (enogastronomia, moda, design, mobili), che pesano per un altro 10-12% e permettono alla nostra produzione di essere vincente nel mercato domestico e internazionale. “Le poche risorse pubbliche a disposizione dovrebbero concentrarsi sull’incentivazione degli investimenti (italiani e stranieri) in questi settori e sulla riduzione del cuneo fiscale, rendendo più appetibile anche il re-shoring di alcune attività manifatturiere, come già sta avvenendo altrove”. 

“La ripresa passa dal rilancio degli investimenti privati”
Secondo Terzi se si realizzassero politiche che consentissero di recuperare in tre anni i 90 miliardi di investimenti privati persi in Italia nel periodo 2007-2012, l’effetto sul Pil reale sarebbe di oltre 2 punti percentuali. “Se poi consideriamo che a ogni milione di euro investito in attività produttive corrispondono circa 20 nuovi occupati, recuperare il gap di investimenti persi negli ultimi 5 anni consentirebbe di creare circa 1,6 milioni di nuovi posti di lavoro”, conclude. E se non ci fossero vincoli di bilancio, modificherebbe la sua scelta? “I vincoli di bilancio esistono sempre, non si può ipotizzare di non averli. Piuttosto, dati certi vincoli, bisogna cercare di attivare risorse su larga scala con l’obiettivo di passare da un’economia sussidiata a un’economia basata sulle forze del mercato“, replica sottolineando che “la ripresa del Paese non può dipendere solo dalle risorse dello Stato. Uno dei più grossi vincoli alla crescita del Paese sta nella difficoltà di ‘fare impresa’. La fiscalità elevata è una componente, ma riformare la burocrazia e la giustizia civile e correggere le storture del mercato del lavoro sono decisioni che più che un costo reale hanno un costo politico. Certamente occorre ragionare maggiormente in termini di neutralità fiscale articolata nel tempo (incentivi oggi per maggiori entrate domani), altrimenti sarà difficile rimettere in moto il circolo virtuoso della crescita”.

Bain & Company: “Il lavoro non si crea per decreto”
Anche Giovanni Cagnoli, amministratore delegato di Bain & Company in Italia, avverte che la priorità è quella tradizionale di ridurre la spesa pubblica in tutte le sue componenti, dalla sanità all’amministrazione, in modo da poter abbassare le tasse per le imprese rispettando i vincoli europei sul deficit. Insieme a un alleggerimento del cuneo fiscale per esempio riducendo l’Irap, sottolinea Cagnoli, bisogna avviare un programma di liberalizzazioni e risolvere il problema della burocrazia, che “mette i bastoni tra le ruote, bloccando gli stranieri che vogliono investire in Italia”. Il numero uno italiano di Bain & Company ritiene quindi che bisogna favorire l’export e anche i settori come turismo, moda e design, perché “è chiaro che non possiamo puntare sull’industria pesante“. Cagnoli ricorda poi che i vincoli di bilancio sono durissimi e resteranno molto stringenti per quest’anno e il prossimo.

E afferma che con questi accorgimenti potremo raggiungere un tasso di crescita “decente”, di 1/1,5 punti di Pil all’anno. “E’ un problema di classe politica“, punta il dito. “E’ una cultura che si è creata negli anni. Una classe politica collusa interessata a non cambiare la situazione attuale. C’è stata soltanto con Mario Monti, per sei mesi, una volontà politica di fare le cose seriamente”. Una classe politica che, per esempio, “non abolisce le province perché toccherebbe un osservatorio elettorale significativo”. Senza un cambiamento della mentalità attuale, precisa, “temo che ci vorrà ulteriore crisi per fare passare il concetto”, perché “il lavoro non si crea per decreto”. Mentre secondo Cagnoli bisogna prima di tutto mettere mano alla spesa pubblica, proprio riducendo “enti inutili, ma anche pompieri, guardie forestali e spesa sanitaria”.

Bip, mostre all’estero per stimolare il turismo
“Credo che bisogna operare in più direzioni”, avverte infine Nino Lo Bianco, presidente di Business Integration Partners, secondo il quale bisogna investire su due grandi filoni: il settore manifatturiero e il made in Italy, composto da alimentari, moda e arredamento. E anche sulla meccanica rendendo il costo del lavoro più competitivo. “Non c’è una ricetta unica per tutti i settori”, precisa concordando sulla regola generale dell’abbassamento del costo del lavoro e le tasse (Iva e fiscalità sui redditi). Per quanto riguarda il meccanico e manufatturiero, secondo Lo Bianco, “siamo molto competitivi”, ma servono anche interessi bassi per chi esporta. Il consulente propone quindi di puntare sul made in Italy, con un lavoro di marketing e immagine, promuovendolo con più fiere specializzate di grandi dimensioni e iniziative come l’Expo 2015. Il numero uno di Bip ritiene poi che lo Stato dovrebbe dare più garanzie, per esempio proponendo alle aziende che “se trovate del denaro da investire lo Stato mette il resto” e incentivando così i privati, che sarebbero più sicuri di rischiare.

Altro settore su cui investire è il turismo, promuovendo all’estero l’immagine dell’Italia, i musei e la cultura, perché “abbiamo migliaia di reperti e opere negli scantinati dei musei”. Come? “Bisognerebbe organizzare 50-60 mostre in altri Paesi (come Giappone e Russia) per suscitare desiderio di venire in Italia e quindi stimolare il turismo, ma anche l’arte e la cultura. Questo può essere fatto con iniziative delle camere di commercio oppure con sconti sulla tassazione ai privati che le organizzano”. E non bisogna infine trascurare l’hi-tech, assicurando “sgravi fiscali, soprattutto alle università, per un orizzonte di 15-20 anni. Favorendo ricerca e sviluppo di prodotti informatici come appilcazioni, giochi e tecnologia avanzata. Ma anche campagne di incubatori, fondi di ricerca e borse di studio per le università che fanno innovazione e ricerca. In modo da evitare la fuga di cervelli“. Anche Lo Bianco, poi, lancia un avvertimento ai politici, che “non sono mai stati in fabbrica, non sanno cos’è e non hanno esperienza per capire come rilanciare”, perché “pensano solo a mediare”.

di Franz Baraggino e Francesco Tamburini