Non riconoscere il successo del Partito Democratico, il crollo del Pdl e soprattutto del celodurismo leghista, nonché la risacca dei grillini sarebbe stupido. Ma non ammettere che questa tornata elettorale è stata tutt’altro che una partecipata festa della democrazia significa al pari essere stolti. Oltre la metà degli aventi diritto non è andato a votare. È questo il dato con cui dobbiamo fare i conti. È quel 52 per cento di elettori che è stato a casa ad aver vinto le elezioni. Una roba mai vista in un Paese, che, nonostante una classe politica stracciona, ha sempre inteso esercitare massivamente il proprio diritto-dovere di voto.

Vogliamo derubricare questa nuova tensione all’astensionismo ad un semplice incidente di percorso? O, peggio ancora, come ha fatto qualche mestierante della politica commentando a caldo i risultati, abbiamo il coraggio di interpretare la cosa come il risultato di uno scarso appeal delle amministrative rispetto alle politiche?

Io credo invece che una serie di fattori abbia prodotto quella miscela di disaffezione sfociata in ciò che taluno ha chiamato lo sciopero del voto. In estrema sintesi proverò a tracciare un quadro dello stato dell’arte.

C’è innanzitutto una sfiducia enorme in giro, che prescinde dalla politica. La gente è fiaccata. Soprattutto, complice una crisi senza precedenti che ha svuotato portafogli e patrimoni, dalla preoccupazione crescente per un presente che sfugge di mano. Ma il grande allarme c’è rispetto ad un futuro che non si riesce ad intravedere, che appare sempre più nebuloso e insidioso. Per sé ma in particolare per i propri figli.

C’è quindi una componente sociale, fortemente influenzata da elementi di natura economica, prima di ogni cosa, alla base di una frattura sempre più larga tra la politica, le istituzioni e l’elettorato. Una frattura esacerbata dagli scandali di questi anni, dalle ruberie, da un cialtronismo dilagante. E che la politica buona, che c’è, dimostra, anche col voto di ieri, di non avere la forza di riuscire a sanare. 

La politica viene ormai percepita come un soggetto lontano, assolutamente incapace di cambiare il destino proprio e collettivo. Pesano gli scandali, come dicevo. Pesano l’inconcludenza, il vuoto progettuale e programmatico che abbiamo subito per troppi anni. Pesa l’assenza tremenda di leadership e l’approccio tecnicista alla Monti ai nodi del paese. Pesa l’insufficiente “radicalità” nelle scelte di governo del paese, che avrebbero dovuto essere assunte negli scorsi anni. Scelte che anche questo governo buonista, espressione dell’inciucio certamente non riuscirà ad esprimere.

Anche per questo gli elettori sono sempre più ripiegati su sé stessi e sulle proprie ansie. Non vedono possibilità alcuna che si introducano degli elementi di rottura e discontinuità che da tempo, inascoltati dalla pseudo-classe dirigente non solo politica che ci ritroviamo, ritengono necessari a fare deragliare il paese dal binario morto sul quale si trova.  

Spetta a Letta, ma soprattutto al Pd – unica formazione ad essere rimasta in piedi – ed a chi lo governerà restituire slancio e credibilità alla politica. Perché questa divenga nuovamente attore credibile ed affidabile per milioni di elettori. Che è interesse di tutti riportare all’ovile della partecipazione attiva per tracciare un orizzonte nuovo per l’Italia.