Un pezzo di Internet che si perde da un giorno all’altro. Migliaia di trasmissioni radio amatoriali che chiudono, minacciate di cause legali. E’ quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove una certa Personal Audio LLC sostiene di avere brevetti che rendono illegale il podcasting, ossia la trasmissione di show audio sul web. E podcast più o meno famosi si trovano davanti a richieste di risarcimento importanti, qualcosa di troppo costoso per le tasche dei tanti amatori che registrano per passione più che per profitto. Ma cosa significa in realtà un episodio come questo? La risposta sta nel termine inglese patent troll.

Facciamo un passo indietro. A metà degli anni ’90, il Patent & Trademark Office americano rovescia la tendenza a non concedere brevetti per il software, e pian piano si arriva agli odierni 40 mila brevetti rilasciati ogni anno per invenzioni di codice informatico. Tante, ma non sempre di buona qualità, perché spesso i brevetti sono spiegati in termini così generici e ambigui da significare in realtà un po’ di tutto. Ed eccoci tornati al patent troll, entità fittizia che detiene brevetti hi tech al solo scopo di minacciare cause legali e strappare alla vittima una vantaggiosa transazione. Ovviamente, quando si arriva alla causa, il patent troll di solito perde: è per questo che la minaccia si rivolge generalmente contro soggetti deboli, quelli che temono di più le eventuali spese di un procedimento giudiziario. L’effetto collaterale è uno stato di incertezza che minaccia l’innovazione, specialmente là dove mancano grossi capitali e uffici legali interni capaci di gestire la situazione.

Nella maggior parte dei casi, il troll non ha nemmeno sul mercato un vero e proprio prodotto, perché lo scopo è solo quello di rastrellare risarcimenti con il ricatto. Per dar l’idea dell’entità del fenomeno, oggi più di metà delle dispute di diritto industriale è opera di patent troll. Siamo arrivati a richieste di massa come quella di mille dollari a postazione aziendale per violazione di brevetti relativi all’uso di scanner ed email. O del wi-fi in ristoranti ed alberghi. Pagare subito è più economico che andare in tribunale. Il giro d’affari nel 2011 è stato di 29 miliardi di dollari in transazioni e risarcimenti, con un costo alla società di 80 milioni di dollari. Il fenomeno colpisce anche i grandi nomi dell’informatica: Apple si è vista far causa per tecnologie legate al touch screen di iPhone solo sei giorni dopo la presentazione ufficiale del prodotto, nel gennaio 2007. Sembra che un avvocato di uno degli studi legali di Apple, Morgan, Lewis & Bockius, avesse usato informazioni riservate del proprio cliente per costruire un caso perfetto di patent trolling. Il primo obiettivo: vendere il brevetto a qualche concorrente interessato a mettere i bastoni tra le ruote al lancio di iPhone.

Il patent trolling è di nuovo nei titoli dei giornali in questi giorni: Obama ha dato istruzioni al Patent and Trademark Office di preparare una legge per limitare la degenerazione del fenomeno. Tra le previsioni c’è la diminuzione del ruolo della International Trade Commission, l’organo cui oggi si rivolgono i big dell’hi tech per chiedere il blocco della commercializzazione di prodotti concorrenti quando violano diritti di proprietà industriale. Proprio nei giorni scorsi, Apple ha perso la prima causa contro Samsung e rischia ora di vedersi sospese le importazioni di iPhone 4 in tutti gli Stati Uniti. Guerre che solo le grandi aziende possono permettersi, dato che spesso portano perlomeno a lucrosi accordi di licenza. Ma di cui molti commentatori, come il celebre imprenditore Mark Cuban, auspicano la fine grazie ad una legge più radicale, che blocchi in toto i brevetti per software come ha già fatto per esempio la Nuova Zelanda.