Tutta la “Milano che clicca” è stata coinvolta nel fine settimana  da una improvvisa polemica su un presunto coprifuoco del gelato.
Nel quadro delle misure per contenere  i fastidi della movida è stata predisposta un’ordinanza che nelle zone “calde” anticipa alle 24 ed estende ai gelati un divieto d’asporto – di vendita per l’asporto – già in vigore per panini e pizze. Prima ancora che protestassero i pubblici esercizi coinvolti, gli spiriti liberi e libertari della sinistra avevano cominciato a fare sarcasmo in rete contro il “probizionismo del gelato”.

(Tra parentesi, la vicenda è complessa come si capisce se ci si mette a studiare questo comunicato degli assessori: La richiesta dell’associazione pubblici esercizi, nel corso delle lunghe riunioni del Duc commercio, riguardante l’orario di termine dell’attività di asporto era quella di portare tale limite dalle h 24.00 alla h 1.00, richiesta che si contrapponeva ad una altrettanto ferma richiesta dei comitati dei residenti a portare il limite alle h 21, allineandosi al limite in disuso in vigore per le gelaterie artigianali facendolo ovviamente rispettare, nonché all’altrettanto ferma posizione del presidente del CdZ 1 Fabio Arrigoni che chiedeva l’allineamento di tutti gli orari di asporto alle h 24, come poi si è deciso.) 

La polemica  su un’ora più o meno di asporto dei gelati in alcune vie della città forse non meriterebbe tanta passione, ma è rivelatrice di un disagio verso quello che appare a molti un paternalismo un po’ conservatore della Giunta Pisapia. In qualche modo – che sarebbe da studiare attraverso la psicologia – questa polemica rimuove – o richiama in modo subliminale – il vero grande problema che Milano sta vivendo, la (quasi) improvvisa scoperta che non si riesce a fare il bilancio 2013 per un buco, uno sbilancio, che supera i 400 milioni e che sta mettendo in discussione tutto, imposte, tariffe, servizi.

Sia chiaro, tutti i comuni d’Italia sono in sofferenza e lo sono in particolare le grandi città. Ma Milano sembrava stare meglio delle altre, e soprattutto si è comportata, fino all’arrivo della nuova assessora al Bilancio, come se stesse assai meglio delle altre.

Prendiamo queste parole: “Milano conferma con il bilancio contenuto in questo documento, di essere, nonostante la crisi e i tagli agli enti locali, una città virtuosa che rispetta e rispetterà il Patto di stabilità. Milano – prosegue il Sindaco – ha poi il più alto tasso di autonomia finanziaria e la più bassa pressione fiscale, non abbiamo infatti aumentato l’Imu prima casa e abbiamo l’addizionale Irpef più bassa d’Italia con la soglia d’esenzione più alta”. Sono state pronunciate dal sindaco Pisapia nell’ottobre 2012, poco più di 6 mesi fa, presentando il bilancio online. In quel bilancio si prevedeva di aumentare per il 2012 le spese correnti di oltre il 40% rispetto al 2011.
E ci si vantava, appunto, di avere, in una città ricca come Milano, l’addizionale Irpef più bassa d’Italia.

Pare che uno dei motivi per cui tanto rapidamente si è passati a considerare, invece, il 2013 come anno nero, siano le nuove regole che limitano la possibilità per i comuni di utilizzare le entrate straordinarie come spesa corrente. Ma in ogni caso è evidente che le spiegazioni esterne, di tipo generale-nazionale, non bastano e che il cambio di assessore al Bilancio, da Tabacci a Balzani, ha portato a un diverso punto di vista e ha messo in luce una precedente sottovalutazione del problema.

Che una Amministrazione, di qualsiasi colore, cerchi di evitare di tagliare i servizi e di aumentare tariffe e imposte è comprensibile.
Che una Amministrazione di sinistra (nata in qualche modo, non dimentichiamolo, ” a sinistra” del Pd) non coinvolga innanzitutto il proprio mondo di riferimento – e possibilmente la cittadinanza – in un bilancio partecipato della crisi è meno comprensibile.

Invece di star qui a litigare sull’asportabilità del gelato tra mezzanotte e l’una dovremmo essere nel pieno di una tempesta intellettuale ed emotiva, comunque conflittuale, sulla gerarchia delle spese e sulle possibilità delle entrate. Adesso viene fuori che le domeniche a piedi  costerebbero troppo – 250 mila euro l’una. Ma è davvero necessario che costino quella cifra? Si può trovare il modo di rimediare l’equivalente di un quarto di euro ad abitante per godersi la domenica a spasso? Passando a cifre superiori, che ci avvicinano alle dimensioni dello “sbilancio” quanto continuiamo a spendere solo perché non abbiamo la volontà di affrontare problemi come la sovraproduzione di rifiuti, lo spreco di energia di riscaldamento, raffreddamento, illuminazione (parlo di edifici pubblici e strade)?  Sappiamo almeno di che cifra si tratta? Alcune risposte alla prossima puntata, magari con l’aiuto di chi se ne intende e intende partecipare allo sforzo dell’amministrazione milanese.