È apparsa persino in un servizio televisivo della Bbc, la televisione britannica, Zoe Churchman, 18 anni, salita agli onori delle cronache per un rifiuto. “Per un posto da commessa in un negozio di cosmetica (Body shop) mi hanno chiesto e hanno preteso la conoscenza della lingua cinese”. Così la giovane si è fatta coraggio, ha detto tutto al padre, il quale ha contattato la Bbc per raccontare la vicenda. “È assolutamente ridicolo – ha affermato l’uomo davanti alle telecamere – che una ragazza promossa a scuola con il massimo dei voti venga rifiutata perché non conosce la lingua cinese”. Ma da Cambridge, a nord di Londra, l’azienda fa sapere: “La conoscenza delle lingue è un vantaggio per chiunque voglia lavorare nel commercio”. Perché a Cambridge lo sanno, il turismo dalla Cina verso il Regno Unito è in costante aumento, così le attività commerciali si preparano alla grande “invasione” prevista per il prossimo quinquennio. 

I turisti cinesi nel Regno Unito, nel 2012, sono stati 180mila, in aumento di un quinto rispetto all’anno precedente. Una cifra ancora lontana da quel milione e 200mila che frequentano la Francia, polo d’attrazione per il mercato dei beni di lusso, ma un numero che fa comunque del Regno Unito la quarta destinazione europea per il popolo della Cina dopo Francia, appunto, Italia e Germania. Ma c’è di più: sempre nel 2012, turisti e visitatori dalla Cina hanno incrementato il business turistico britannico di 360 milioni di euro, spendendo in media poco meno di duemila euro a testa a vacanza. I cinesi, inoltre, vantano un record, quelli che frequentano shop e boutique di lusso spendono più di tutti gli altri turisti provenienti dalle altre nazioni. Borse, gioielli, articoli di elettronica, abiti e scarpe, per un totale di 700 sterline, più di 800 euro, a testa in ogni singola vacanza. Facile capire quindi come Visit Britain, l’ente turistico che promuove il Regno Unito nel mondo, si sia speso con tutte le sue forze, negli ultimi mesi, per promuovere il Paese al di qua della Manica a Pechino e a Shanghai. “Ora bisogna rendere più morbida la politica dei visti – ha fatto sapere con un comunicato l’ente – e dobbiamo far capire che il prodotto britannico vale quanto quelli di Francia e Italia”. 

Perché, appunto, chi viene dalla Cina in Europa lo fa soprattutto per comprare beni di lusso, piuttosto che per vedere – in modo veloce come fa di solito – castelli medievali, palazzi rinascimentali e chiese. Un sondaggio fra turisti cinesi pubblicato l’anno scorso rivelò come, per viaggiatori e visitatori orientali, il Big Ben, la torre dell’orologio del parlamento britannico e vanto di Londra, fosse niente altro che “una brutta torre un po’ ridicola e apparentemente storta”. Intanto, però, chi prende la valigia e parte verso l’Europa dalla Cina spende più di chiunque altro. Secondo dati provenienti dall’Organizzazione mondiale del turismo, quei viaggiatori cinesi ora tanto ambiti l’anno scorso hanno speso 79 miliardi di euro in tutto il mondo, ponendosi in cima alla classifica globale, un dato in aumento del 40% rispetto al 2011 e che ha reso possibile il superamento dei tradizionali viaggiatori “spendaccioni”. Fino all’anno scorso a svettare erano gli americani, seguiti dai tedeschi e poi dai cinesi. Ora il balzo in avanti, appunto. E a Londra ne sono consapevoli: negozi del West End, la zona “ricca” di Londra, e catene di hotel hanno iniziato a obbligare dipendenti e manager a frequentare corsi di lingua cinese. Da Harrods, magazzini del lusso, non manca chi parla il mandarino, così come si sono sentite le prime comunicazioni ai clienti, via altoparlante, in quella lingua. Una sola, quindi, la possibilità per le future Zoe Churchman d’Inghilterra: mettersi, con buona volontà, a studiare gli ideogrammi.