“Gli avvocati degli agenti minacciano querele, i sindacati dei medici protestano, gli infermieri si inalberano e lasciano intendere che Stefano sia morto per colpa sua o peggio, nostra, i magistrati si sentono offesi. Io sono veramente commossa dall’attenzione e dal calore di tutti, tantissimi, coloro che ci danno manifestazione di solidarietà e vicinanza. Finché saranno con noi andremo avanti”. A due giorni dalla sentenza che confina a malasanità la morte del fratello Stefano, con l’assoluzione dei tre agenti di polizia penitenziaria e dei tre infermieri e le sole condanne – lievi – per i sei medici imputati, Ilaria Cucchi è tornata quella di sempre.

Le lacrime hanno lasciato il posto alla solita grinta, quel nodo in gola che ha fatto commuovere l’Italia non c’è più. È rimasta, forte più di prima, la sete di verità e giustizia. “Le porte dell’appello adesso sono spalancate – risponde a chi le chiede cosa intende fare –. Siamo stanchi degli attacchi e degli insulti alla memoria di Stefano. Abbiamo subìto un processo che si è rivelato un massacro”. Ilaria ha deciso di togliersi qualche sassolino dalla scarpa: “Vi annuncio che da oggi pomeriggio (venerdì, ndr) provvederò a inserire sulla mia pagina ufficiale di Facebook quanto ci hanno riservato i pm ed avvocati e le loro poco edificanti opinioni sul nostro conto. Buon ascolto”, ha scritto sulla pagina del social network.

E il primo audio è dedicato proprio a quei pm con i quali la famiglia Cucchi si è trovata dall’inizio in disaccordo. “Lungi dall’essere una persona sana e sportiva, Stefano Cucchi era un tossicodipendente da 20 anni: stavolta a parlare non è il senatore del Pdl Carlo Giovanardi – anticipa Ilaria al Fatto –, ma il pubblico ministero Francesca Loy, durante la requisitoria finale. Secondo lei mio fratello aveva cominciato a drogarsi a 11 anni…”, commenta ancora sarcastica la sorella del ragazzo morto. Requisitoria che, a suo dire, sembra in contraddizione con quella dell’altro pm, Vincenzo Barba, il quale “ammette – a differenza della collega – che Stefano potrebbe essere stato pestato. Eppure neanche lui lascia fuori dalla porta l’ombra della droga e, anzi, pare voglia lasciare intendere che i miei genitori ne avrebbero nascosto la presenza ai carabinieri durante la perquisizione, la notte dell’arresto”.

Di questa storia e di quelle maledette ore tra il 15 e il 16 ottobre 2009 è stato scritto e detto tutto e il suo contrario. Sono i personaggi apparentemente minori, comparse in un film terribile, che possono aiutare, cogliendo il particolare, a capire di più. Torniamo a quei giorni di ottobre di quattro anni fa. Cucchi viene ricondotto nella cella di sicurezza, dove rimarrà fino alle 15 quando sarà consegnato al nucleo traduzione della penitenziaria.

Bruno Mastrogiacomo è agente dell’ufficio casellario di Regina Coeli. Deve procedere all’ispezione del detenuto. Al pm, il 22 giugno 2011, racconterà:
Mastrogiacomo: “Il viso era di un colore violaceo, sotto gli occhi un po’ rossastro, però sinceramente se… non… non so definire se erano lividi o quello che era”.
Pm: “E invece per quanto riguarda, lei ha detto, una ferita, mi pare di aver capito, all’osso sacro insomma, alla schiena”.
Mastrogiacomo: “Ci aveva un segno rosso… diciamo all’altezza dell’osso sacro in su, circa un dieci centimetri… non poteva fare diciamo il movimento di mettersi seduto oppure ecco fare la… la flessione ché non poteva piegarsi, perché gli faceva male all’altezza diciamo del… dell’osso sacro, così”.

Insomma, come si legge nella memoria della parte civile, “Mastrogiacomo, che procede all’ispezione, riscontra una problematica sullo stato di salute di Stefano meritevole di considerazione e fuori dall’ordinario: aveva un segno di dieci centimetri sopra l’osso sacro, con rossore sulla pelle della schiena, e incapacità di mettersi seduto e di piegarsi”. Durante l’ispezione Cucchi avrebbe raccontato a Mastrogiacomo l’origine delle lesioni, riconducibili, secondo la deposizione dell’agente, all’atto dell’arresto, quindi ai carabinieri.

Samura Yaya, invece, è stato un teste importante all’inizio del procedimento. Il ghanese all’epoca agli arresti, arrivò alla cella di sicurezza del tribunale, per l’udienza di convalida, per ultimo, dopo Cucchi. Lui non vede, ma dice di aver sentito tutto. “Vicino alla sua cella – si legge ancora nella memoria dell’avvocato Fabio Anselmo – Samura sente dapprima per due o tre minuti un parlare arrabbiato (verosimilmente fra un agente e Stefano), poi sono arrivate altre ‘due guardie’ il cui arrivo ha coinciso con la domanda ‘cosa è successo?’; da lì in poi la scena ‘centrale’ da lui descritta: la caduta, i calci, il trascinamento, l’ordine di entrare in cella (‘entra, entra!’), il pianto di Stefano, la chiusura della cella da parte degli agenti, due agenti che poi vanno verso destra e uno che va verso sinistra nella direzione della sua cella. Tutto questo, riferisce Samura, è successo “quindici – venti minuti prima che mi hanno portato su. Non ricordo era dieci – cinque minuti prima che mi hanno portato su”.

di Giampiero Calapà e Silvia D’Onghia

da Il Fatto Quotidiano dell’8 giugno 2013