La sentenza sul caso di Stefano Cucchi – come il caso di Giuseppe Uva o quello di Federico Aldrovandi – apre una ferita sanguinosissima dentro il cuore dell’Italia. Perché è collocata esattamente sul punto che rappresenta il problema principe del nostro Paese. Quello della giustizia. Anzi, della Giustizia.

La mia reazione alla sentenza Cucchi è stata netta. Su Facebook, a caldo, ho scritto “Come si fa a rimanere in uno Stato in cui non c’è giustizia? In cui Stefano Cucchi si è ucciso da solo, quando tutti sanno che non è così? Come si fa a scrivere e a parlare di mafia quando la gente, sempre, puntualmente, ti chiede: ma in fondo chi ci difende? È dura. Ci vuole Giustizia”. Mi sono arrivati messaggi di persone, anche delle istituzioni, che mi incitavano a non cavalcare posizioni di questo tipo per non incorrere nello stesso errore di Berlusconi, che parla male della giustizia e dei giudici quando riceve sentenze contrarie e bene quando al contrario viene assolto (raramente) o prescritto.

Ma il punto, la ferita aperta, è che, come sempre accade, spesso le affermazioni (anche quelle di Berlusconi) si basano su sentimenti reali. E Berlusconi ha infatti le sue ragioni nel fare un’affermazione come quella.

Mi occupo di mafia, ho scritto molti articoli e inchieste e anche un libro e un altro più breve, che mi hanno portato tanto in giro a raccontarli. Puntualmente, a fine serata, al momento delle domande arriva quella più dolorosa, quella che sta nello stesso punto del problema principe del nostro Paese di cui scrivevo sopra.

La domanda fa così, sempre: “Ma a noi bravi cittadini, in fondo, davvero, chi ci difende?”. All’inizio rimanevo in imbarazzo. Solo poco prima avevo raccontato di inchieste e operazioni di mafia in cui – sempre più spesso – rimanevano invischiati uomini delle forze dell’ordine, anche nei suoi vertici (basti pensare a tutto quello che sta venendo fuori nell’inchiesta sulla cosiddetta Trattativa tra lo Stato e la Mafia), operazioni in cui le cosche avevano uomini di fiducia dentro i Carabinieri o la Polizia o la Guardia di Finanza. “Ma a noi cittadini per bene chi ci difende?”, mi chiedono sempre. Poi mi sono detto che dovevo essere sincero. “E’ vero che ci sono molti casi di uomini delle forze dell’ordine corrotti, ma molti di più sono i non corrotti” rispondevo. “E questo non vuol dire che non sia fondamentale fidarsi e denunciare.”

Ma lo scetticismo sulle loro facce era palese. “E come faccio a fidarmi, io che non li conosco uno per uno? Come posso andare a denunciare se non so per certo che la mia denuncia giungerà a buon fine e anzi non mi si ritorcerà contro?”

E’ la stesso problema che sentenze palesemente falsate come quella Cucchi sollevano (in questo caso non c’è un colpevole e Stefano Cucchi sarebbe morto da solo). E il punto, dolorosamente, è proprio che ha ragione addirittura Berlusconi a fare dei distinguo (e questo rende tutto ancora più doloroso proprio perché Berlusconi rappresenta le Istituzioni condannate, almeno ad ora in due sentenze, e certamente e perlomeno in odore di corruzione e di rapporti mafiosi). Perché, e questa è la ferita sanguinante, pare vero che in Italia ciò che davvero manca è la certezza della pena, è un fermo e irremovibile senso di Giustizia che da solo farebbe cambiare tutte le cose.

Si pensi a quanti denuncerebbero ogni illegalità, bloccando così truffe, corruzioni, evasioni fiscali, racket, l’infiltrazione sempre più capillare delle mafie in tutte le attività economiche (e più peggiora la crisi per le aziende più le mafie se le comprano tutte, se le mangiano nel silenzio collettivo). Si pensi a cosa accadrebbe se il nostro Paese funzionasse così. In pochissimo tempo verrebbe ristabilito l’ordine sociale e l’unica legge che in realtà in Italia regola tutto – quella del potere del singolo o della singola famiglia di appartenenza con la sua cerchia amicale – verrebbe a cadere in nome dell’uguaglianza di tutti di fronte alle regole.

Ma questa è utopia, appunto. E sentenze vergognose come quelle sul caso Cucchi sono lì a sanguinare per noi. Con i benpensanti che ancora dicono che non si deve nominare il conflitto dentro la magistratura.

Ma questo c’è, ed è un fatto. Ci sono sentenze segnate, che fanno perdere aderenza alla speranza, che ci ributtano dentro la rassegnazione e l’arbitrio dei più potenti e ammanicati. E chissà per esempio se su quella sui rapporti tra lo Stato e la Mafia – la più innominabile, come il Leviatano stesso – si arriverà mai a sfiorare anche solo da lontano la verità e la giustizia.

Questo è il nervo scoperto, e c’è bisogno di forti voci istituzionali che lo nominino, se non lo devitalizzino.