Ci sono voluti dodici mesi, appelli su appelli e una “buona dose di perseveranza”. Ma a un anno dal terremoto che a maggio 2012 devastò 33 comuni e un’area che, da sola, fino ad allora produceva il 2% del Pil nazionale, le commissioni Territorio, Lavori Pubblici e Bilancio del Senato hanno approvato il ‘pacchetto Emilia’. O almeno una parte di quel pacchetto. Una serie di emendamenti al decreto 43 presentati per agevolare una ricostruzione che è ancora agli inizi, rallentata da una burocrazia che dovrebbe “garantire trasparenza” ma grava sulle spalle degli amministratori del ‘cratere’ come un macigno: tra i principali, la deroga al patto di stabilità, con un plafond previsto di 50 milioni di euro per l’Emilia e 5 milioni di euro per Veneto e Lombardia, il rifinanziamento per consentire ai Comuni di assumere personale, una proroga al 15 novembre 2013 per le agevolazioni fiscali destinate alle imprese e la possibilità di esentare dal patto le erogazioni sulla ricostruzione, come le donazioni e le assicurazioni. Poi, dodici ore dopo la prima tranche di emendamenti approvati, è arrivato l’ok anche per colmare “l’inspiegabile lacuna”: quella relativa alla detassazione dei contributi destinati alle imprese.

Provvedimenti “necessari”, per usare le parole di chi, già a giugno 2012, aveva alzato la voce per segnalarne l’importanza al governo. Anche quelle del commissario Vasco Errani. Ma il passaggio in commissione, spiegano i sindaci dei comuni terremotati, in prima linea per gestire l’intricato labirinto che è la ricostruzione, è solo “una piccola vittoria”. E’ presto per festeggiare. E gli emiliani, ormai, attendono i fatti per concedersi un sorriso. Attendono quella “sburocratizzazione” invocata come un mantra davanti al premier Enrico Letta in visita a Mirandola, attendono che i rimborsi promessi arrivino effettivamente a destinazione, e che, appunto, la ricostruzione entri nel vivo.

Come spiega il senatore Claudio Broglia, ex sindaco di una Crevalcore terremotata, e come ha ribadito anche Errani, “per il momento, dal testo del decreto 43 sono rimaste fuori ancora alcune questioni” che andrebbero recuperate. Ad esempio l’emendamento sulla no-tax area per le microimprese che hanno sede nei comuni colpiti dal terremoto del maggio 2012, che consentirebbe alle aziende con meno di dieci dipendenti, e ai professionisti, di ottenere una sospensione per tre anni di tutte le imposte – Imu e Tares comprese – fino ad un tetto massimo di 200mila euro per impresa. Ma la domanda è sempre la stessa: gli emendamenti incideranno su quel “ritardo” accumulato dalle istituzioni nell’erogazione dei rimborsi previsti dallo Stato per chi ha subito danni in seguito ai fenomeni sismici? 

“Quando il decreto 43 sarà ufficialmente approvato e diventerà legge potremo finalmente risolvere alcuni dei problemi per noi più pressanti”, spiega Rudi Accorsi, sindaco di San Possidonio, 3800 abitanti, 1450 dei quali evacuati dalle proprie case e due quartieri di prefabbricati per ospitare chi è ancora sfollato, “non solo avremo la possibilità di utilizzare i soldi che generosamente ci sono stati donati, che paradossalmente prima erano bloccati dal patto, ma riusciremo anche a potenziare la nostra forza, che poi si traduce in risposte più immediate per i cittadini”. Risposte non relative a quelle richieste di rimborso sui danni provocati dal terremoto rimbalzate tra uffici e ancora da approvare. Secondo i dati forniti dal commissario alla ricostruzione Vasco Errani, ad oggi sono state approvate circa il 30% delle pratiche presentate e solo una parte di queste sono state liquidate, tra imprese e cittadini. Molte sono ancora ingolfate dalla burocrazia. Dodici mesi dopo i fenomeni sismici che li hanno privati di casa e lavoro, di soldi gli emiliani ne hanno visti pochi. 

Per usare le parole di Accorsi, il ritardo è dovuto a una “compartecipazione di fattori”. Il primo, ovviamente, è la burocrazia: “è complicata, pesante, e questo crea un secondo problema. Gli uffici tecnici stanno cercando di assorbire la mole straordinaria di lavoro che si sono trovati a dover gestire, ma dopo tutte le ordinanze firmate per regolamentare la ricostruzione, per la quale in partenza non c’erano né fondi, né leggi, devono rodare il meccanismo”. Anche le ordinanze stesse, lo strumento a disposizione di Errani per gestire il post terremoto, hanno rallentato tutta la fase post sisma: “Sono state create dal nulla – spiega il sindaco – quindi la Regione ha dovuto affinarle nel tempo. Si può dire che l’assetto si sia trovato solo tra febbraio e marzo 2013, quindi tutto si è spostato in avanti”. 

E’ per questo che molti cittadini, la maggioranza, non ha ancora ricevuto un euro dei rimborsi a lungo promessi dai governanti in visita nelle zone terremotate: da Mario Monti a Corrado Passera, a tutti i ministri, o quasi, del precedente governo. Per questo le aziende, in mano, hanno più fatture da saldare che domande di rimborso liquidate. 

“I soldi ci sono”, chiarisce Accorsi, “il problema è che la bacchetta magica non esiste e i Comuni stanno facendo il possibile per velocizzare un iter indubbiamente tortuoso. A San Possidonio, per esempio, evitiamo di rigettare le domande che presentano errori nella forma, chiamiamo i tecnici e le facciamo modificare in corso d’opera per non perdere tempo, ma per il momento siamo a corto di personale”. Un problema che l’approvazione del decreto, così emendato, dovrebbe risolvere. “Più forze ci permetteranno di lavorare più in fretta, quindi ai cittadini, a tutti coloro che hanno presentato domande relative alla parte residenziale dico: abbiate pazienza, ce la stiamo mettendo tutta. I soldi arriveranno”. 

Più complicata, invece, è la situazione per le aziende. Il sistema Sfinge per la presentazione delle domande di accesso ai fondi, previsti dalle ordinanze commissariali n. 57/2012 per la ricostruzione delle imprese e n. 23/2013 per la messa in sicurezza, è gestito dalla Regione e, come spiega Accorsi, “è più articolato, richiede ancor più controlli”. Ma anche in quel caso, assicura il sindaco di San Possidonio, “i rimborsi saranno erogati”.

Vasco Errani, Gian Carlo Muzzarelli, assessore regionale alle Attività produttive, l’hanno ribadito più volte: “dobbiamo garantire trasparenza e tracciabilità” perché “l’Italia ha già una procedura d’infrazione aperta dall’Europa per la gestione delle crisi precedenti e non possiamo permettere che qualcuno poi ci chieda i soldi indietro”.

Ma per il sindaco Accorsi, il punto non è solo questo. “Noi siamo costretti a chiedere ai nostri cittadini di pazientare – spiega – e stiamo facendo passi avanti. La situazione, complessivamente, è meglio rispetto a quella dell’Aquila. Ma il problema è che lo Stato continua a limitare l’attività dei Comuni seguendo una mentalità sbagliata, quella di voler regolamentare tutto nel minimo dettaglio. Pratica che finisce per deresponsabilizzare tutti i soggetti coinvolti nel processo. Si punta il dito contro la burocrazia, invece di individuare l’ingranaggio della macchina che non funziona. Fa comodo. Nessuno si assume la responsabilità di ciò che non va. Ma se si procedesse a una responsabilizzazione, valutando di volta chi decide e in che modo agisce ne trarremmo beneficio tutti. Altrimenti questa centralizzazione forzata ci condurrà alla morte”.