Istanbul, Gezi Park - ragazza in rosso (Fonte: t24)E’ gremita di simboli, la rivolta di piazza Taksim. Ho un amico italiano sposato con una ragazza di Istanbul, e ho cominciata a chiedere di lei, poi ho seguito la vicenda sui giornali, come tutti: riflettendo che anche la Turchia – paese di ottanta milioni di abitanti, in rapida crescita economica, e che farebbe carte false per entrare nell’Unione Europea, mentre da noi qualcuno se ne vorrebbe andare – è davvero lì, dietro l’angolo.

Istanbul, poi, sta sul Bosforo, fra Europa e Asia, come Trieste lo era fra Occidente e Oriente, come Genova fra Europa e Africa: un punto di passaggio, dove culture diverse s’incontrano e si scontrano. I ragazzi che hanno attaccato la polizia quasi a mani nude spesso hanno attraversato il ponte che mette in comunicazione la parte europea e la parte asiatica della città, già questo è un simbolo.

La vicenda da cui tutto è iniziato è la cosiddetta Rivolta degli alberi, la difesa del Parco Gezi dal progetto del governo islamista di sostituirlo con un centro commerciale, una caserma e una moschea, i tre simboli del potere contemporaneo, di tutto ciò che un liberale del duemila dovrebbe combattere. La moschea, l’ennesima opera del regime fatta costruire dal premier Erdogan: simbolo non della religione islamica, in sé rispettabile come qualsiasi altra, ma del suo sfruttamento ipocrita da parte del potere. La caserma, simbolo del potere militare, in Turchia tradizionalmente laico ma oggi islamizzato a forza, mettendo in galera un generale su cinque. Soprattutto, il centro commerciale, brutto come tutti i centri commerciali e forse anche di più, simbolo di un potere economico, il capitalismo, ormai compromesso con tutto, con il comunismo cinese come con l’islamismo ipocrita di Erdogan.

Ma il simbolo più potente, la foto che ha fatto il giro del mondo, è naturalmente quello della ragazza turca vestita di rosso che ha affrontato gli idranti della polizia in assetto antisommossa, come lo studente cinese i carri armati. I testimoni dicono che prima è caduta sotto il getto, poi si è rialzata e l’ha sostenuto impavida, infine è scomparsa, chi dice arrestata dalla polizia e sparita nelle carceri turche, come Amina in Tunisia, chi dice semplicemente rientrata a casa per non farsi trovare dai poliziotti.

Mi piace pensare che non sia una delle tante belle ragazze a viso nudo della borghesia turca, che oggi portano al collo la mascherina contro i lacrimogeni come una collana; vorrei che fosse una ragazza come tante altre, vessata in casa dal padre, dalla madre e dai fratelli e a scuola dai professori, silenziosa e anche un po’ enigmatica, almeno sino a quel gesto plateale.

Giornalisti, per favore non cercatela, fate come se non esistesse e il suo nome fosse semplicemente Libertà.