Adelphi ha ripubblicato, in questi giorni, un inquietante libro-verità dello scrittore francese Emmanuel Carrère, già apprezzato autore di “Limonov”, dal titolo “L’Avversario; l’opera già era stata tradotta in italiano nel 2000. Quando l’ho notato sugli scaffali mi ha subito incuriosito, ovviamente, per il suo annunciato forte lato processuale: tratta, infatti, della incredibile vicenda giudiziaria di tale Jean-Claude Romand, un (apparentemente) mite personaggio che improvvisamente decide di uccidere i suoi due genitori, la moglie e i suoi figli per poi tentare, invano, di suicidarsi.

Si tratta, innanzitutto, di un libro che è stato molto tormentato anche per l’autore stesso: non appena decise di seguire questo caso e scrisse le prime lettere all’assassino detenuto, trovò grandi difficoltà a impostare le modalità di narrazione. Non riusciva a decidersi se rimanere neutrale, se narrare in terza persona, se descrivere i fatti fingendo di immedesimarsi nel modo di pensare degli amici più intimi dell’assassino o, ancora, se narrare le vicende, soprattutto del processo, in prima persona come una specie di cronista di giudiziaria. Questa indecisione si percepisce bene nella struttura narrativa finale, che è essenzialmente a blocchi temporali (o a episodi) e che in alcuni punti può affaticare un po’ il lettore.

Ho trovato il libro ricco di spunti interessanti. Il primo aspetto che mi ha colpito è quello del furto di identità o, meglio, della creazione di una identità nuova e insospettabile. Una cosa che infatti sconvolse chi seguì il caso fu il fatto che Romand si fosse letteralmente “inventato” gli ultimi diciotto anni della sua vita. Era riuscito a crearsi una identità di medico/ricercatore presso un’organizzazione internazionale in Svizzera e una reputazione come investitore oculato di denaro altrui (cosa che gli permise, tra l’altro, di mantenere un tenore di vita ben al di sopra delle possibilità di un nullafacente) e con tale identità di uomo normale, taciturno, problematico e colpito da gravi malattie (inventate anche quelle…) è riuscito a ingannare tutti coloro che aveva attorno, sia in casa sia nel paese dove risiedeva.

Il meccanismo che aveva creato era praticamente perfetto: un lavoro naturalmente lontano da casa, la raccomandazione di non andare mai a trovarlo in ufficio, nessun numero di telefono cui chiamarlo ma una casella vocale dalla quale lui avrebbe richiamato in caso di necessità, finti viaggi premio e regali di Natale da parte dei capi dell’azienda, e così via. Una serie di tasselli, insomma, idonei a creare un nuovo uomo.

Il libro si muove, dicevo, su diversi piani. C’è innanzitutto la cronaca del processo, abbastanza interessante soprattutto quando si sofferma sulle testimonianze delle persone che lo conoscevano. C’è la storia della famiglia e il tentativo di comprendere il perché di quel gesto estremo, e se fosse davvero motivato dal fatto che il castello di carte che aveva creato stava per crollare e lui stava per essere scoperto. C’è, poi, l’analisi psicologica di una mente tormentata, che interessa il Carrère meno cronista e più scrittore, e il tentativo di capire quali fossero i traumi che l’assassino si portava dietro sin dalla adolescenza.

Sullo sfondo, e al termine della lettura, il dubbio che rimane, e che sconvolge: perché mentire per nulla? Perché la creazione di una finta identità di medico e di uomo senza alcun fine, senza alcuno scopo preciso? E perché una reazione così violenta (forse) al timore di essere scoperto? E che cosa passava per la mente di una persona che fingeva, al mattino, di andare a lavorare, salutava moglie e bambini e si rifugiava, invece, a leggere in macchina, in caffetterie o in giro per boschi?

Verso la metà del libro c’è anche una tormentata parentesi sentimentale e la comparsa di un’amante che ha avuto, forse, un ruolo rilevante nella vicenda. “Il lato sociale era falso, ma il lato affettivo era autentico” dice a un certo punto Romand, e più volte cercherà di far capire, anche durante il processo, come questa sua doppia vita non fosse in realtà falsa anche negli affetti e come le vicende di cuore lo condizionassero non poco.

In poco meno di 170 pagine, quindi, lo scrittore Carrère riesce a descrivere bene sia il contorno “sociale” nel quale si è consumata la tragedia, sia il passato dell’assassino, sia i lati più oscuri del suo carattere, sia tutti i delicatissimi elementi psicologici e sentimentali (compresi i tormentati rapporti con i genitori) che connotano la vicenda; dal canto suo, il giornalista/cronista giudiziario Carrère che, a dire il vero, afferma di non sentirsi troppo a suo agio durante il processo insieme ai giornalisti che abitualmente si occupavano di giudiziaria, descrive bene il meccanismo del processo, la Corte d’Assise, le testimonianze, gli interrogatori, l’imponente figura dell’avvocato difensore e il disperato tentativo di cercare giustizia in una vicenda che ha stupito anche per i risvolti di mistero che aveva.

La struttura, infine, è simile a quella di un diario, senza una divisione netta in capitoli o una sequenza temporale ma, semplicemente, con la forma di una serie di annotazioni, obiettivamente molto curate e in alcuni casi “romanzate”, che saltano da un punto all’altro ma che, alla fine, cercano di tornare ad unità per facilitare il lettore.

Ciò che rimane, al termine della lettura, è non solo stupore per questo incredibile esempio di vita inventata, ma anche un senso di incertezza per i numerosi misteri non tanto dei fatti processuali accaduti (che i giudici hanno ritenuto abbastanza chiari) quanto per il lato più oscuro dell’animo umano.