Venerdì scorso (31 maggio) un gruppo di associazioni impegnate sul fronte immigrazione ha deciso di organizzare  un presidio sotto il palazzo del Parlamento, nello stesso giorno della grande protesta tedesca di Francoforte

Un’iniziativa per manifestare la propria incompatibilità con le posizioni espresse in queste ultime settimane sull’argomento, fra il dibattito sullo Ius soli, le proteste di Lega Nord e Forza Nuova e i commenti insulsi e superficiali nei confronti del nuovo ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge. Un’occasione per promuovere una serie di proposte a loro parere prioritarie, fra cui la chiusura dei centri di identificazione e di espulsione, l’abolizione del reato di clandestinità e un nuovo piano di accoglienza per rifugiati, richiedenti asilo e minori stranieri.

Fra i firmatari dell’appello anche l’Arci, Esc infomigrante, Diritti in movimento e l’Associazione studi giuridici immigrazione (Asgi). Quest’ultima già promotrice di un manifesto di 10 punti  per riformare la legislazione sulla materia, che oltre a riprendere gli argomenti precedentemente elencati, richiede riforme su diritto di cittadinanza e diritto di voto, equità dei processi e parità di accesso ai lavori di pubblico impiego per gli stranieri, come autisti degli autobus o infermieri, categorie professionali attualmente riservate agli italiani.

Fra i membri dell’Asgi, l’avvocato Andrea Callaioli: legale del foro pisano da tempo impegnato sul tema, che oggi ci aiuta comprendere i limiti e le contraddizioni dell’attuale normativa sull’immigrazione in Italia.

“Uno dei problemi principali  – spiega – è che nel nostro Paese non esiste una procedura che consenta di regolarizzarsi per chi arriva maggiorenne e irregolare, a meno che uno non sposi un cittadino comunitario. L’unico strumento sono le occasionali sanatorie, che peraltro spesso originano notevoli problemi. La procedura di emersione del 2009, per esempio, essendo riservata ai lavori di collaborazione familiare tipo badanti, ha determinato innumerevoli casi di truffe. Molti lavoratori sono stati infatti costretti a fingere di essere degli operatori familiari per potersi mettere in regola, nonostante lavorassero nell’agricoltura, nell’edilizia etc.
Solo nel territorio della prefettura di Pisa ci sono stati almeno 200 casi del genere. Fra questi, alcuni si sono fatti dichiarare lavoratori domestici dai propri datori di lavoro. Altri sono caduti in mano a faccendieri che in cambio di soldi gli promettevano di fargli avere queste dichiarazioni false. Affaristi che molto probabilmente non verranno mai incriminati, perché in questi casi sarebbe indispensabile la testimonianza degli stranieri truffati, che spesso hanno paura di prendere contatto con le forze dell’ordine, perché temono di essere rimpatriati in quanto irregolari, o addirittura di essere considerati concorrenti nel reato. Casi che temo potrebbero riproporsi con la sanatoria del 2012, anche se questa è stata estesa a più categorie”.

“Un’altro argomento spinoso riguarda i centri di identificazione e di espulsione (Cie), che sono assolutamente incostituzionali – prosegue l’avvocato Callaioli. A tal proposito cito uno scritto del penalista Alberto di Martino, con il quale concordo pienamente quando spiega che nel nostro ordinamento la privazione della libertà è legata alla sfera dei reati penali e non alle violazioni di carattere amministrativo. Per questo il sistema di detenzione nei Cie è incostituzionale, perché va contro l’articolo 13 della Costituzione, dove si parla dell’inviolabilità della libertà personale”.

Interpellato sul reato di clandestinità introdotto dal Pacchetto sicurezza del 2009, l’avvocato Callaioli risponde: “È una norma manifesto, che nel corso di questi anni ha avuto scarsissima applicazione ed è stata anche limitata da un paio di sentenze della Corte di giustizia europea. In effetti, è un po’ difficile immaginare che uno straniero che vive in Italia senza documenti in regola possa aver paura di un’ammenda, che va dalle 5.000 alle 10.000 mila Euro, considerando che questa persona praticamente non esiste per il nostro sistema. La norma è servita solo ad avviare un centinaio di procedimenti legali, con inutile spesa di tempo e soldi. Inoltre, porta all’isolamento di queste persone che, per esempio, evitano di andare all’ospedale perché pensano che i soggetti che vengono in contatto con loro abbiano il dovere di denunciarli per non diventare complici”.

In merito allo Ius soli, il diritto di cittadinanza per i nati in Italia da famiglie di origine straniera,  l’avvocato Andrea Callaioli evidenzia come sia “positivo che la ministra per l’Integrazione Kyenge voglia riprendere in mano la proposta di legge d’iniziativa popolare che era stata presentata durante il precedente governo. E un grande lavoro da fare ci sarebbe anche per gli apolidi nati sul nostro territorio, come i figli di cittadini dell’ex Jugoslavia, che in seguito alla dissoluzione del loro Paese si sono trovati senza passaporto e nell’impossibilità di richiederne uno nuovo, senza poter regolarizzare la propria condizione”.