Visto l’interesse causato dal primo post sul sistema universitario nord americano e le sue magagne, ho pensato di procrastinare il pezzo sulle pagelle degli studenti ai professori per fare una precisazione di cornice, diciamo così.

Non scrivo questi post per sostenere la tesi che le università nord americane siano peggiori di quelle italiane. Sono infatti convinto del contrario: il sistema universitario anglosassone dimostra di funzionare meglio di quello italiano per il semplice motivo che attira, ogni anno, molti più studenti internazionali di quanto ne attiri quello italiano: secondo uno studio della fondazione Migrantes riportato da Studenti.it, nel 2008/09 in Italia c’erano circa 1.760.000 studenti universitari, ma solo 54.707 erano stranieri: il 3%. Nello stesso anno accademico, gli studenti stranieri nel sistema britannico erano il 17,9%, in Germania l’11,4% e in Francia l’11,2%. La percentuale di quanti studenti internazionali approdano ai banchi universitari di un Paese è, da sempre e per tutti, uno degli indici per capire qualcosa della qualità di un sistema universitario. Con buona pace del governatore del Piemonte Roberto Cota e delle sue borse di studio solo per studenti piemontesi.

Se il parallelo con gli Usa non vale neanche la pena verificarlo, quello col Canada magari sì, visto che Italia e Canada sono, sulla carta, paesi meno lontani da un punto di vista industriale e demografico (benché in Canada ci siano solo 40 milioni di residenti): nel 2011 gli studenti universitari canadesi sono stati per la prima volta più di 1 milione e, di questi, oltre 100.000 sono studenti internazionali: il 10%. Se forse la qualità dell’università italiana, anche di quella che segue la riforma del 3+2, tiene ancora testa rispetto a ciò che si studia in Nord America durante l’equivalente della nostra laurea, il settore dove l’Italia proprio scompare dalla mappa mondiale è quello dei dottorati.

Salvo alcune rare punte di eccellenza, i dottorati italiani sono organizzati molto male, con un accesso quasi sempre per nepotismo e cooptazione ambigua, che già taglia le gambe a tutto il resto. Oltre a ciò, anche quei dottorandi italiani che sono entrati per merito e talento si trovano spesso all’interno di un meccanismo che troppe volte è bloccato, stenta a svilupparsi in modo lineare, con poche capacità di previsione e organizzazione a lunga gittata. Si dipende moltissimo dalle abilità e serietà del singolo docente che segue il candidato e manca, quasi sempre, l’equivalente di una School of Graduate Studies, vale a dire un ufficio che si incarichi di risolvere e organizzare la burocrazia solo degli studenti di dottorato, dividendola da quella di tutti gli altri studenti.

Non parliamo poi delle risorse finanziarie: mediamente un dottorato (Ph.D.) un candidato canadese del settore umanistico può vedersi assegnata, al netto delle tasse da pagare, una borsa di circa 25.000$ all’anno per i 5 anni del Ph.D., cui va sommato lo stipendio (circa 1600$ al mese) da Teaching Assistant. Una delle belle cose del sistema nord americano, infatti, è che al dottorando viene chiesto di insegnare la materia su cui è più ferrato sin dal primo anno del suo Ph.D. e per questa prestazione, naturalmente, si viene pagati. Tutto compreso, in Canada un dottorando può vedersi accreditare intorno ai 35-38.000$ all’anno tra borsa e stipendio, al netto delle tasse pagate. In Italia, se si ha la fortuna di accedere a un dottorato con borsa, si riceve per 3 anni un mensile di 1040 Euro, per un totale di circa 13.650 euro l’anno. Bisogna poi considerare che in Canada ci sono fra i 40 e i 50mila dottorandi (numero da alcuni ritenuto eccessivo), normalmente tutti con borsa, mentre in Italia abbiamo poco più di 12.000 dottorandi, dei quali solo il 50% con borsa: 6mila.

Fatta questa precisazione, scrivo questi post per permettere ai lettori di conoscere e soppesare le differenza fra sistema universitario nord americano e italiano. Gli aspetti positivi del sistema americano non sono difficili da trovare in giro sulla rete; sapere qualcosa anche sulle sue magagne, su ciò che funziona meno bene, può contribuire a sviluppare un’idea forse meno idilliaca, ma più realistica. E, pensando ai nostri legislatori, se un giorno avranno intenzione di riorganizzare il sistema dei dottorati italiani, magari anche questi post potranno tornare utili.