Prendiamo Grillo: dice cose sacrosante sull’informazione in Italia. Le dice male, con toni da fanatismo religioso, alimentando difese corporative con l’unico risultato di protrarre questo sistema mediatico all’infinito.

In alternativa prendiamo Berlusconi: anche lui ha detto cose sacrosante sulla giustizia: ed anche per lui vale la questione dei toni deliranti e di essere parte in causa, con il poco invidiabile risultato che la corporazione dei magistrati si rinforza sempre più.

Informazione e giustizia rappresentano una delle dimensioni multifattoriale del fallimento di questo paese: non solo perché, unitamente alla politica, hanno concorso ad ingessare la vita sociale italiana ma perché rappresentano la quinta essenza della rendita di posizione elevata a regola esistenziale.

Intoccabili, anche e soprattutto, a causa di attacchi scomposti e reiterati da parte di persone che non hanno titolo alcuno per attaccare: Grillo perchè dispensatore seriale di balle e Berlusconi perchè coautore accreditato di tale ingessatura.

Ma rimangono le questioni, alla guisa di ferite purulente, aperte: una informazione, come quella italiana, più propensa al gossip rispetto alla notizia e tesa a screditare chi la pensa diversamente, trova una collocazione che sfugge ad ogni classifica mondiale, per entrare nella categoria concettuale della assoluta pochezza. Sull’altro versante una giustizia composta da magistrati il cui lavoro, meritorio o catastrofico, non incide di una virgola sulle loro carriere. Carriere, forse è il caso di ricordarlo, ben più protette di quelle dei politici che, quanto meno, potrebbero teoricamente rischiare di non essere più rieletti.

Chi gode di queste sparate sono le categorie di cui sopra che lontane dall’avviare una riflessione sul loro stato dell’arte compartecipano al banchetto del paese. Risorgono sulle offese, nella certezza che can che abbaia non morde.