Un elemento solo in apparenza banale come la difesa di un parco dal progetto di un centro commerciale ha innescato una nuova fase delle rivoluzioni mediterranee, dando un duro colpo al regime clericofascista di Erdogan in Turchia. Qualche mese fa avevo relazionato su questo blog, in seguito a una missione in questo Paese, sul pericolo reazionario che incombeva e che si era manifestato con l’arresto di decine di avvocati colpevoli unicamente di aver prestato la loro opera professionale nella difesa dei protagonisti delle lotte sociali.

Tali lotte sociali stanno attualmente dilagando nel Paese, a seguito della crisi e delle scelte antipopolari compiute dal governo islamico “moderato” del partito AKP. Quest’ultimo abbina posizioni bigotte e paraintegraliste alla promozione del peggior capitalismo liberista. Nè finora risulta aver fatto alcun passo per accogliere le proposte di pace formulate dal popolo kurdo e dal suo leader Abdullah Ocalan.

Il modello turco è in fondo quello portato avanti in tutto in Nordafrica e nel Medio Oriente per fronteggiare le rivolte di massa originate dalla natura dispotica dei regimi. La ricetta prescelta è quella dell’accesso al governo di regimi confessionali che ricordano per certi aspetti la Democrazia Cristiana cui fu affidato il contenimento del comunismo nel secondo dopoguerra, in Italia come altrove. Ma si tratta di scelta che oggi non riesce a prevalere proprio perché le società islamiche mediterranee sono laicizzate in modo crescente. Ciò vale in primo luogo per la Turchia che ha una tradizione laica forte, voluta in buona misura anche dal padre della patria Ataturk.

Ma c’è un altro aspetto della rivolta turca che risulta di particolare interesse ed attualità anche per noi. Si tratta della ribellione popolare contro scelte urbanistiche e sistemazioni del territorio che non risultano compatibili con la volontà delle popolazioni direttamente interessate. Da questo punto di vista il governo turco rivela, al pari di altri, la sua natura di comitato d’affari per le forze speculative, siano esse di natura finanziaria, edilizia od altra ancora. Ignorando ogni esigenza di democrazia e di salvaguardia ambientale, il regime ha deciso la distruzione di Gezi Park, un parco storico nel centro di Istanbul, per fare spazio a un centro commerciale. Alla protesta giovanile e popolare il governo ha risposto impiegando in modo massiccio forze di polizia avvezze alla tortura e alla brutalita’ contro qualsiasi opposizione. Ma la rivolta e’ dilagata nelle altre citta’ turche da Smirne ad Ankara.

Quello che l’attuale rivolta del popolo turco e degli altri popoli che abitano questo grande Paese, innanzitutto quello kurdo, sta a dimostrare, è che la gente è stanca di una finta democrazia che prevede solo la possibilità di elezioni periodiche di rappresentanti, oltretutto spesso con sistemi elettorali iniqui, di cui quello turco è un esempio evidente prevedendo soglie di sbarramento altissime.

L’insegnamento delle rivolte mediterranee è quindi che la democrazia che dobbiamo ovunque conquistare, anche nel nostro Paese tutt’ora soggetto al dominio di una casta di politici espressione in modo crescente di una minoranza della popolazione, deve invece significare diretta partecipazione alle scelte in ordine all’assetto del territorio così come a quelle in materia di economia e di assetto dei poteri pubblici.

Da questo punto di vista molti sono gli elementi di similitudine fra quanto sta avvenendo oggi in Turchia e le lotte a difesa del territorio e dell’ambiente che hanno luogo anche nel nostro Paese, dalla Val di Susa a Taranto alla mobilitazione contro i parcheggi e le altre scelte urbanistiche dissennate della giunta Alemanno a Roma.

La democrazia mediterranea da costruire deve prevedere in tutti i Paesi che si affacciano su questo mare forme di partecipazione diretta, costruzione di consigli territoriali e nei posti di lavoro, così come una piena laicizzazione delle istituzioni e delle leggi che governano i comportamenti degli individui. Tutte questioni che, per evidenti motivi, ci riguardano ben da vicino anche in Italia. Un motivo in più per esprimere la piena solidarietà ai popoli della Turchia in lotta.