Non solo Guinness. A Dublino il business riparte in linguaggio Java. Twitter, Apple, Google, Intel, CitiGroup e Dell sono solo alcune delle migliaia di multinazionali che hanno puntato tutto sul suolo irlandese, favorendo la creazione di posti di lavoro e la diminuzione del costo del welfare. E ci sono anche Facebook, Paypal, Yahoo, Ebay, Ibm, Cisco e Linkedin. La storia della crisi europea non affaccia solo al Sud. Come la Grecia e la Spagna, l’Irlanda è stato il primo paese ad essere colpito dalla recessione. Quelli che fino al 2007 erano stati definiti gli anni della “tigre celtica”, si interruppero con lo scoppio della bolla immobiliare: banche in crisi e prezzo delle case in picchiata, l’economia irlandese si ritrovò in ginocchio, ancor prima del fallimento di Lehman Brothers. Così alla fine del 2010 l’Irlanda chiese aiuto all’Unione europea e finì sotto la lente d’ingrandimento della Troika. Adesso però il Paese torna a crescere: un processo lento, dicono a Dublino, ma si vedono già i primi risultati.

“Fino a qualche mese fa gli attivisti erano accampati lì – racconta Gianni Leggio, 35 anni, informatico siciliano da oltre un anno nella città di Joyce, mostrando la piccola piazza di fronte alla Bank of Ireland – ma in realtà qui non ci sono state grosse proteste o manifestazioni”. Gli irlandesi hanno accettato il rigore e l’austerità. Ma non a cambio di nulla. Da una parte, una volta ricapitalizzate, la banche hanno ricominciato a garantire credito per far ripartire l’economia reale, dall’altra il governo, nonostante le pressioni della comunità europea, ha mantenuto la corporate tax, ovvero un’agevolazione fiscale che porta le aziende straniere che investono nel Paese a pagare solo il 12,5 per cento di tasse. Insomma a risanare le casse di Dublino ci stanno pensando i dollari americani. Tanto più che, spiega Francesco Mucio, salernitano d’origine, anni di lavoro all’estero e poi un contratto da consultant business intelligence, “in Irlanda si ottiene un tax credit per fare ricerca e sviluppo in un’azienda, pari al 25 per cento delle spese sostenute. Quindi se investi 100mila euro in ricerca, l’anno dopo paghi 25 mila euro di tasse in meno”.

In altre parole nell’isola fare ricerca e sviluppo conviene, ed è per questo che i lavori specializzati sono sempre più richiesti. Solo nel settore dell’IT si contano oltre cinquemila aziende che danno lavoro a circa 75mila persone. Ma poi ci sono multinazionali farmaceutiche, imprese che offrono servizi finanziari e il settore della ristorazione. L’Irlanda, con una tasso di disoccupazione ancora alto – oltre il 14 per cento -, e una crisi che si sente, per rilanciare l’economia nazionale ha puntato così sulla ricerca scientifica avanzata ed è diventata la Silicon Valley d’Europa. Le esportazioni sono aumentate del 40 per cento, gran parte degli aumenti dipendono dagli investimenti delle imprese multinazionali nell’isola. Per non parlare del fatto che, lavorando, gli irlandesi sono tornati a spendere e la loro economia a “girare”. Una tassazione più leggera ha stimolato il mercato e l’economia.

“Un regalo che lo Stato ha fatto ai cittadini”, dice Davide Riso, 33 anni, informatico alla IBM. Anche lui, come moltissimi italiani, ha preso un volo dritto per Dublino, dopo 15 anni di lavoro a Roma, passando da una società all’altra per ottenere un aumento. Poi una cassa integrazione arrivata nell’agosto 2011. E il salto in Irlanda. “L’agevolazione fiscale ha portato denaro americano, ha creato occupazione e con stipendi superiori alla norma. Lo facessero in Italia, ma da noi per fare una mossa del genere qualche politico di turno deve sempre guadagnarci. A Dublino gli unici che ci guadagnano sono i cittadini”. E la crisi? “ La crisi c’è ed è ancora forte, ma gli irlandesi godono di un sussidio di cittadinanza. Ho un amico che prende 150 euro a settimana. Nessuno viene lasciato solo. Anche in recessione lo Stato si prende cura del cittadino”.

Di risolto, però, c’è ancora poco: l’Irlanda continua ad avere dei parametri allarmanti come il rapporto deficit/Pil, ma è l’unico Paese in grado di rispettare gli accordi presi con la troika, che l’ha promosso. Gli esperti sottolineano anche i “progressi significativi” sul risanamento del settore finanziario mentre la ripresa nel 2013 dovrebbe registrare un Pil in crescita di circa l’1 per cento e sopra il 2 per cento nel 2014. Insomma a Dublino si sono fatti i compiti a casa, ma secondo le proprie regole. Così, da un Paese in crisi all’altro, continuano ad arrivare giovani italiani e spagnoli, in cerca di fortuna nel settore informatico. “Fa freddo, c’è vento, il cibo è poco vario. Le verdure poi sono carissime: una melanzana tra 1 e 1.50 euro ad esempio”, racconta Davide. “Insomma è tutto più difficile, però la presenza italiana aiuta. Senza contare che ho un contratto a tempo indeterminato, molti benefit, l’assicurazione sanitaria e una pensione privata”. Gli italiani, per il momento, nel Belpaese torneranno solo in vacanza.

(immagine tratta dalla pagina Facebook Irlanda)