Ha ragione Beppe Grillo: all’interno del M5S esiste un gruppo di dissidenti, per questo, con l’aiuto dei fedelissimi, si è messo sulle loro tracce con l’obiettivo di non fare prigionieri. Più che dissidenti sono clandestini, perché da oltre due mesi si stanno incontrando discutendo sul fatto che finora, seguendo le indicazioni del capo, non hanno onorato il mandato degli elettori: cambiare la politica nel Paese e contribuire a fare le riforme indispensabili.
Grillo può dire tutto quello che vuole, ma chi ci mette la faccia in Parlamento non è lui. La maggior parte di loro accusa il leader di aver buttato al vento una grande occasione non appoggiando, con le dovute garanzie, un governo Pd, permettendo così a Berlusconi di essere l’ago della bilancia di un esecutivo a larghe intese che oltre due terzi degli elettori non avrebbe mai voluto. Alcuni dei clandestini raccontano che dopo le promesse fatte in campagna elettorale nel Nord-Est, fabbrica per fabbrica, non hanno più il coraggio di presentarsi di fronte a chi li ha votati. Grillo preferisce un movimento al 15% ma coeso, senza ripensamenti, e grida ai quattro venti il rispetto degli accordi firmati dagli eletti in Parlamento altrimenti: la porta. Per i ballottaggi ha dichiarato: “Nessuna alleanza, la sinistra ci prende per il culo più della destra”. L’attacco di Grillo al candidato al Quirinale Rodotà, dopo l’intervista al Corriere della Sera: “Un ottuagenario miracolato dalla rete”, e la successiva arrampicata sugli specchi per smentirla, sono state le goccia che hanno fatto traboccare il vaso.

Sulla storia dei clandestini M5S e dei rapporti con il Pd si stanno scrivendo tante leggende. Un contatto tra loro e Bersani si è consumato all’inizio di aprile. Allora il gruppo era formato da circa 30 eletti (Camera e Senato) in Sicilia, Calabria, Emilia, Piemonte, Lombardia e Nord-Est. Un personaggio serio e credibile come Sonia Alfano da sempre vicina ai clandestini, viene da questi incaricata di portare un messaggio di disponibilità a lasciare il Movimento per creare un gruppo autonomo, a votare la fiducia al Senato a un governo Pd, in cambio della condivisione di alcuni punti del programma e di garanzie di protezione mediatica contro l’inevitabile attacco del duo Grillo-Casaleggio. Contatta Bersani in modo riservato attraverso la Batteria del Viminale. Come il segretario sente il motivo della telefonata interrompe la comunicazione pensando ad uno scherzo del solito Cruciani della Zanzara. La Alfano mi chiama per un aiuto. Informo il portavoce Di Traglia che la telefonata non è uno scherzo e insieme creiamo un nuovo contatto tra i due, che si parlano più volte. Bersani, che non ha mai voluto un governo con Berlusconi, manda un suo stretto collaboratore, il senatore Miguel Gotor, in Sicilia per un incontro. Qualcosa non ha convinto i clandestini, ma soprattutto quella parte del Pd, che dal giorno dopo il voto pensava già ad un governo a larghe intese con Berlusconi e Monti mandando a casa Bersani.

Dopo la sconfitta del movimento alle amministrative il gruppo è aumentato a 40 eletti e la disponibilità di Rodotà (questa è la ragione dell’incomprensibile attacco di Grillo nei confronti del giurista) ed altri come Civati, Barca, Vendola di dare voce ai clandestini imbarcandoli nel progetto di costruzione di una nuova sinistra, pronta a non regalare per l’ennesima volta il Paese a Berlusconi, li sta trasformando sempre più in ammutinati pronti a mostrarsi alla luce del sole e Grillo, esaltato dall’idea di scontrarsi direttamente con Berlusconi, non a caso si è raffigurato sul sito nelle vesti dell’eroe scozzese di Braveheart, William Wallace: “Ci siamo solo noi: il capocomico e il nano, ne resterà uno solo”, rischia di fare la fine di un altro William di cognome Bligh, il comandante della Bounty, la fregata del famoso ammutinamento raccontato in tanti film epici.

Il Fatto Quotidiano, 3 Giugno 2013