Molti conoscono Antonino Di Matteo. Chi si interessa di cronaca giudiziaria, dell’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia, chi ricorda il processo contro Totò Cuffaro, conosce il sostituto procuratore di Palermo. È un magistrato sotto scacco oggi Di Matteo, spiato da un anonimo troppo bene informato, una versione terza del Corvo di Palermo che ormai a cadenza quindicinale invia lettere dettagliatissime, in cui dimostra di conoscere alla perfezione gli spostamenti del pm e le mixa a criptici avvertimenti dal tenore minaccioso. “Ti stai battendo contro un sistema più grande di te” scrive il Corvo del duemila. Di Matteo, però, non commenta. Nel suo ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia di Palermo, continua a lavorare a ritmi serrati, a portare avanti l’inchiesta sulla Trattativa, quel sistema più grande di lui in cui per la prima volta lo Stato tenta di processare un pezzo di sé, quegli uomini delle Istituzioni che avrebbero sottoscritto un patto con Cosa Nostra.

Poi ci sono i ragazzi di Di Matteo, quella mezza dozzina di uomini che nessuno conosce, che si alternano 24 ore al giorno a fargli da scorta. Giovani uomini, che passano interminabili giornate a guardare le spalle al loro magistrato. Sorridenti e simpatici, sempre pronti a fare due chiacchiere quando li incroci nei corridoi della procura, da qualche tempo si sono adombrati. Sanno che – come hanno raccontato Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – sotto casa della madre di Di Matteo nessuno si è premurato di mettere un divieto di sosta. Una dimenticanza che fu già fatale a Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta. Sanno anche che nei giorni scorsi Giorgio Bongiovanni, il direttore della rivista Antimafia Duemila, è riuscito a frugare dentro i tombini della zona, senza essere lontanamente bloccato dalla vigilanza: a testimonianza di come “bucare” le difese del magistrato palermitano sia tutt’altro che difficile.

Di Matteo però continua a lavorare. E con lui i suoi instancabili angeli custodi. Aspettano un segno dallo Stato, un impegno maggiore per difendere il pm finito nel mirino. Da Roma però risposte non ne arrivano. Anzi l’unica risposta fornita al momento è il provvedimento disciplinare che il pg dela Cassazione Gianfranco Ciani ha promosso contro Di Matteo, reo di aver “violato l’obbligo di riservatezza” confermando l’esistenza delle intercettazioni Mancino – Napolitano, che era già stata sbattuta sui giornali dal settimanale Panorama. E mentre il provvedimento disciplinare contro Di Matteo va avanti, la rete di protezione intorno al pm rimane piena di buchi. E i suoi angeli custodi, i suoi ragazzi, iniziano a fiutare il pericolo. Un pericolo che, a quanto pare, nessuno ha intenzione di ridurre. Il copione di un film che questo Stato ha già visto. E che per il momento non sembra aver intenzione di riscrivere. 

@pipitone87