“’Sotto Casa tour‘ è un nome bellissimo, no?”. Quando gli chiedi di raccontare il suo ultimo lavoro, Max Gazzè parte in quarta. Sullo sfondo, il Teatro Romano di Verona, prima tappa del suo tour estivo. Stessi ricci e uguale grinta che ha caratterizzato i suoi esordi negli anni ’90, all’ottavo disco l’artista di “scuola romana” ha deciso di giocare un po’ con la sua immagine, attirando anche un nuovo pubblico che si è unito ai vecchi fan. Il nuovo album, “Sotto casa”, già premiato come disco di platino, è un progetto molto sentito e strutturato, scritto insieme al fratello. Dieci canzoni, tra cui anche il singolo omonimo al live presentato a Sanremo, che affrontano vari temi: dalla religione, all’amore, fino alla violenza sulle donne.

Come nasce il tuo ultimo progetto?
Il titolo dell’album è sempre l’ultima cosa a cui penso prima di far uscire un disco. Mi piaceva il suono delle parole “Sotto casa”, ma soprattutto mi piaceva l’idea del “Sotto casa tour”, la scelta è stata fatta anche in previsione di questo. Adoro come suona e quello che rappresenta: qualcosa di rassicurante, che accade li, nel tuo ufficio.

Il disco affronta vari temi: amore, religione, società…qual è il filo rosso?
Non c’è una vera e propria storia nell’album, sono tutti argomenti diversi, però il filo rosso che collega tutte le canzoni dei miei dischi penso che sia la passione. Preferisco vedere il disco come un quadro: non c’è un fil rouge, c’è una sintonia di fili colorati. Mi piacerebbe però un giorno creare una storia in cui narro episodi diversi in varie canzoni.

Il brano “Sotto casa” si presta a molteplici interpretazioni, qual è il suo significato?
È un invito a un’apertura, non una conversione. Il predicatore cerca qualcuno che gli apra la porta e lo ascolti. È chiaro che dall’altra parte ci deve essere qualcuno disposto a rispondere. C’è un detto zen che dice: “I passi del maestro sono udibili solo da chi è pronto ad ascoltarli”. Quindi è un invito da una parte ad aprire la porta, dall’altra a non bussarla nel momento in cui uno non è pronto ad aprirla.

Sei credente?
Sono convinto che credere in qualche cosa apra la porta a una realtà. Ho una visione molto olistica dell’esistenza. Dio viene definito in tanti modi diversi ma ho notato che le storie narrate sono le stesse in tutte le religioni, cambiano solo i protagonisti e le sfumature.

“Atto di forza” affronta il problema della violenza sulle donne. Pensi che in Italia si stia facendo abbastanza per contrastarla?
Si parla tanto di violenza sulle donne e credo che questo sia già un grande passo avanti, un ottimo segnale. Avere iniziato un discorso sull’argomento vuol dire già essere a metà del percorso.

La tua storia parte da “Il Locale”. Qual è il tuo ricordo più bello di quegli anni?
“Il Locale” era una fucina in grande fermento di idee, ma non solo musicali, anche teatrali. Era un luogo ben frequentato da musicisti, giornalisti, discografici, da chiunque poteva generare in quel momento un’alchimia necessaria per far crescere i progetti. Ciò che mi ricordo è la grande motivazione e la grande gioia che si aveva nello stare tutti insieme, nell’incontrarsi, nell’uscire, nell’avere progetti e nel parlarne. Un vero fermento che non ho più ritrovato. Mi auguro che ci possano essere tanti altri “Locali” e che si possa generare una factory dove le nuove generazioni possano trovare la possibilità di esprimersi.

Se ti fossi trovato a iniziare oggi, invece, cosa sarebbe cambiato?
Non lo so, ma la mia è stata una scelta profonda che avrei fatto comunque, a prescindere dalla possibilità di avere successo. Avrei continuato a fare la stessa cosa. Alla fine la vera eresia è stata quella di fare musica e di portarla avanti, anche superando tutti gli ostacoli.

“Una musica può fare” è uno dei tuoi maggiori successi. Secondo te in questo difficile momento storico, che ruolo gioca la musica?
La musica può lanciare dei messaggi con significati importanti. Può creare aggregazione ed essere un linguaggio parallelo a quello verbale. Non è un caso che ogni movimento culturale sia sempre stato affiancato a un movimento musicale. La musica non potrà cambiare le cose, scrivere nuove leggi o gestire la politica, ma può fare tanto.

Nel 2010 hai cantato sul palco del Woodstock a 5 stelle. Perché? Cosa pensi dell’evoluzione del Movimento?
È stato un bellissimo concerto. Sono stato invitato da Beppe Grillo e l’ho fatto molto volentieri. Se un domani Grillo mi chiedesse di nuovo di cantare lo farei con lo stesso entusiasmo. Poi le mie scelte elettorali le tengo per me e sono contrario a tutte le condanne politiche sulla musica. Quando entro in un ristorante non chiedo al cuoco di che partito sia prima di farmi da mangiare, come non chiedo al pubblico che cosa voti. Io faccio la mia scelta come cittadino italiano, poi la musica è di tutti e per tutti.

Hai viaggiato molto per l’Europa. Pensi che il mercato musicale sia diverso all’estero?
Non credo che il mercato musicale all’estero stia molto meglio di quello italiano. La differenza che noto con gli altri luoghi d’Europa è nella considerazione che si ha della musica e nella sua importanza sociale.

Che musica ti piace? Vai ai concerti?
No, non spesso. Quando sono fermo voglio stare a casa, tranquillo con i miei figli. Già è difficile per me sopportare la musica che ascolta mio figlio…non voglio sentire altro!

Cosa ti aspetti da questo tour?
Mi aspetto di trasferire una voglia di suonare in maniera naturale, di carpire l’affetto del pubblico e di ricambiarlo in qualche modo dal palco.

Dopo la tappa di Verona, sono previste altre trenta esibizioni in giro per l’Italia. Max Gazzè si esibirà il 6 giugno all’Arena Sonica di Brescia, il 5 luglio sul palco del Rock In Roma, il 12 luglio a Venaria Reale, il 14 ad Arezzo, il 24 luglio al Giffoni film festival, il 20 agosto al Teatro antico di Taormina, il 21 nella Valle dei templi di Agrigento. Chiuderà il live, il concerto a Varazze del 13 settembre.