Stando al numero di commenti provocati dal mio primo post – dedicato al divario tra radioattività “percepita” e reale in Giappone – la questione nucleare, che per fortuna in Italia dovrebbe essere stata risolta una volta per tutte, continua a interessare molto. Ed è giusto che sia così, perché è una questione difficile, dove si fa fatica a coniugare fatti ed emozioni. E non basta l’incubo di Fukushima – dove l’emergenza è tutt’altro che terminata – e di tutte le altre centrali nucleari in Giappone che il governo ha promesso (e per una volta c’è da sperare che le promesse non vengano mantenute) di riattivare.

Adesso ci si mette anche la Corea del Sud, altro paese che ha puntato con decisione sul nucleare. E’ notizia di questi giorni che il governo ha imposto il fermo a ben 4 centrali, per effettuare una serie di controlli. Pare che recentemente, e più di una volta, i gestori abbiano utilizzato pezzi di ricambio non originali nel corso della manutenzione ordinaria.

Ovviamente, si è affrettata ad annunciare la locale Commissione per la Sicurezza Nucleare, possiamo stare tranquilli: nessun incidente in corso. Pura e necessaria prevenzione. Sarà, ma l’idea che ci sia un mercato “parallelo”, che ci siano prodotti “generici”, più a buon mercato, che i gestori delle centrali acquistano e usano in caso di avarie è un po’ preoccupante. Mica parliamo di marmitte o di pistoni.

La verità è che il settore nucleare – ovunque perché è nella sua natura – è oramai in crisi e se in Giappone, nonostante le promesse del governo, c’è qualcuno che comincia a valutarne (come ha fatto la Germania) la sempre minore convenienza dal punto di vista anche economico, anche in Corea sta maturando una presa di coscienza e una mobilitazione popolare contro le centrali.  

E anche in Corea, dopo il Giappone che quest’anno è stato il paese a registrare il più alto incremento, l’attenzione per le rinnovabili, in primo luogo il fotovoltaico, è decisamente la migliore.