Una pasionaria che sembrava un fake. Un troll forse inoculato nel sistema M5S dai detrattori. Roberta Lombardi, la Biancofiore di se stessa, abdica. Come previsto, dopo novanta giorni orgogliosamente disastrosi. Instancabile costruttrice di gaffes. Refrattaria alla simpatia come Scilipoti all’avvenenza.

Lei era il poliziotto cattivo, Vito Crimi quello buono. La voce robotica, i modi scontrosi, la nettezza dialettica di chi scudiscia alleanze e mediazioni col trasporto della virago sorda a qualsivoglia pietà. Roberta Lombardi doveva contribuire ad aprire il Parlamento con una scatoletta di tonno, ma ha finito col togliere l’appetito a molti elettori. Niente pesce, ma pure niente apriscatole. La Sciagurata Egidia della politica 2.0. Avviluppata in un’arroganza rancorosa, quasi come la Laura Betti di Tutta colpa del paradiso. Il pubblico l’ha eternata per quel “Bersani, noi non siamo a Ballarò”, ma in quello streaming disse una cosa ancora più emblematica: “Noi non incontriamo le parti sociali, noi siamo le parti sociali”.

Roberta credeva, e forse ancora crede, di essere la società civile. Di rappresentarla tutta. Lei e solo lei. Il biondo crine, i lineamenti duri, lo sguardo cattivo perché le giustiziere non possono concedere sconti. Un avvocato romano, Luigi Piccarozzi, l’ha denunciata per aggressione: “A Roma la Lombardi è più potente di Grillo”, sostenne a L’aria che tira. Era stata appena eletta capogruppo alla Camera, e i giornalisti scovarono le sue tesi sul fascismo buono (“Prima che degenerasse, aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia”). La politica si scannava su temi altissimi, e lei raccontava nella sua pagina Facebook di avere subito l’oltraggio indicibile del portafogli rubato: “Poiché è mia intenzione trattenere dalle voci di rimborso che compongono il mio stipendio solo quelle effettivamente sostenute e documentate e restituire il resto, cosa faccio? Aspetto vostri consigli”. Era il 13 aprile. Due giorni dopo, sostenne: “Che un presidente della Repubblica debba avere una certa età anagrafica non c’è scritto da nessuna parte” (invece c’è scritto. Nella Costituzione, soglia minima 50 anni). Grillina ma non troppo, almeno nel settembre 2009 (“Il metodo con cui si sta muovendo Grillo mi fa decisamente schifo”). Ambientalista (“Sono bicchieri di plastica, inquinano, non li uso. Da domani mi porto un bicchiere di quelli da pic nic”), mistress sadomaso con lo slave Bersani (“Non dirò sì a Bersani neanche se si butta ai miei piedi e mi implora di dargli un lavoro”), appena confusa sull’intervento per i pagamenti dei debiti della Pubblica Amministrazione (“E’ una porcata di fine legislatura, parte dei soldi andrà alle banche!”). Uscita dalle consultazioni con Napolitano, si fece fotografare con pose commoventemente civettuole accanto a Grillo. Poi dette del “nonno” al Presidente della Repubblica (“Era stato lui a dire che vista l’età ora voleva godersi i nipotini”).

Lanciata a bomba contro il suo stesso Movimento, due giorni fa ha donato l’ultima perla: “Siamo sotto assedio e tu, deputato che fai la spia con i giornalisti, sei una merda”. I suoi esegeti le riconoscono la capacità di rifuggire le dichiarazioni puntualmente democristiane dei politici di professione. Vero. Ma forse, per una rivoluzionaria che ha contribuito in prima persona alla restaurazione, è un po’ poco.

il Fatto Quotidiano, 31 Maggio 2013