Il fatto è che in questo momento Rodotà è il leader dell’opposizione. O del cambiamento, della rivoluzione, o come cavolo la volete chiamare: quella cosa insomma che sarebbe già in funzione da tre mesi se i capi del M5S e del Pd avessero fatto il governo che volevano i loro elettori. Rodotà, a differenza di Bersani, non ha una destra interna cui rendere conto. E, a differenza di Grillo, è un politico vecchio e con le idee chiare. Si muove con cautela e lentezza, senza chiasso; ma va avanti con metodo, e guadagna. Non ha ambizioni personali – è troppo orgoglioso per averne – ed è chiaramente un king maker, non un pretendente. Ha dei gruppi di base alle spalle (piccoli ma non solo virtuali, a differenza di Grillo) ed è al centro di una rete articolatissima di simpatie, di movimenti, di segnali che attraversano tutta la società progressista.

E’ – a differenza di Grillo – solidamente e ostentatamente di sinistra. Questo gli nega exploit improvvisi, da puro malcontento indistinto, ma gli garantisce un radicamento e una durata che il suo rivale non ha.

Il tempo gioca per lui: l’assetto del Pd è fragilissimo e obbliga a un continuo doppio binario gli attuali dirigenti di quel partito, sia i “vecchi” alla Epifani (al Psi non portò fortuna chiamare a segretario un ex sindacalista socialista) che i “giovani” alla Renzi. E’ un governo balneare, che non sopravviverà all’autunno. E cadrà da sinistra, in un’occasione qualunque.

Rodotà, che ne ha viste tante, capisce che non serve a niente un ennesimo nuovo partito. Lui scava più in profondo: ha memoria abbastanza per sapere che nei momenti di svolta non è un partito che serve ma un larghissimo – e militante – movimento di liberazione. Questo si sta formando senza accorgersene, un giorno dopo l’altro, lentamente. L’ultima volta che s’è intravisto è stato al referendum per l’acqua pubblica di due anni fa (Rodotà, non a caso, ne era il maggior esponente), ma la prossima volta emergerà – autunno – su temi più drammaticamente sociali.

Grillo sa tutto questo, penso, ma non ha la cultura politica per venirgli a patti. Una visione piccoloborghese del mondo – noi che traffichiamo, voi che campate di pensioni e stipendi – e anche umanamente rudimentale, divisa fra vecchi e giovani, fra italiani e stranieri, fra noi furbi e voi che non capite un cazzo. Alla Brunetta, alla Renzi, alla professor Miglio.

In tutto questo, rischia di disperdersi quello che è stato il contributo storico del movimento di Grillo a questo sfortunato paese. Non il programma (simpatico) non la buffa campagna contro i “costi della politica” (avete idea di quanto ha portato all’estero la sola famiglia Agnelli?), ma il grido di dolore di tutta una generazione di giovani, lasciati nella precarietà e nell’ignoranza, che ha massicciamente votato Cinque Stelle perché non le restava altro da fare.

Ora non grida più, non vota più. E’ buffo il cantar vittoria della nomenklatura Pd, se nella capitale d’Italia oltre metà del popolo non ha voluto votare. E’ amara la risposta di Grillo: pensionati di merda, non mi capite. Amaro, buffo, e tragico, perché può significare la fine del Paese.

Gli storici, fra qualche anno, attribuiranno facilmente le responsabilità più immediate di questo distacco fra popolo e democrazia. Ne daranno una piccola parte alle urla di Grillo, una parte maggiore al tradimento dei centouno boiardi che hanno preferito Berlusconi al governo progressista, e una ancora più grande al massimo garante della Repubblica che invece di preservare i valori comuni ha fatto i “governi tecnici”, ossia indipendenti da ciò che, bene o male, il popolo nella sua ignoranza aveva avuto la scortesia di suggerire.

Adesso, è una gara contro il tempo. Qualcuno – ad esempio Rodotà – riuscirà a rimettere insieme, senza presunzioni ducesche e con infinita pazienza, l’elettorato democratico, maggioritario ma disperso, oppure fra dieci anni l’Italia non esisterà più, marcita nella rassegnazione.