Il candidato sindaco Pdl, Antonio Pentangelo, alla guida della coalizione in cui si è candidato al consiglio comunale il figlio di un condannato per 416 bis, sostiene che si tratta di “un bravissimo ragazzo, suo padre sbagliò decenni fa, perché prendersela coi figli”. E sono in molti a dargli ragione. In attesa del ballottaggio che deciderà il nuovo primo cittadino di Castellammare di Stabia (Napoli) tra l’azzurro Pentangelo e il Pd Nicola Cuomo, la vicenda ha avuto evoluzioni: quel ragazzo non solo si è candidato, ma è stato pure eletto. Si chiama Emanuele D’Apice, non ha neanche trent’anni, è laureato in medicina, lavora in una clinica di Pompei e ha raccolto 491 preferenze nella lista civica ‘Castellammare Insieme’, alleata col Pdl. Emanuele è il figlio di Luigi D’Apice, detto ‘Giggino ‘o ministro’. Condannato nel 2004 a 4 anni di reclusione per concorso in associazione camorristica al termine di un processo sul clan Cesarano e su come la cosca allungò i suoi tentacoli nell’amministrazione comunale di Pompei. Il soprannome ‘o Ministro allude al ruolo di D’Apice: faccendiere dei rapporti tra gli interessi imprenditoriali della camorra e i politici locali. Il ‘regista della giunta’, secondo un titolo tratto dalle pagine napoletane di Repubblica. Era il 2001, il Comune di Pompei traballò sotto il peso di un’inchiesta e di un arresto eccellente, quello del presidente del consiglio comunale in quota Ds (poi assolto). In seguito il ministero dell’Interno sciolse l’amministrazione per infiltrazioni camorristiche. 

Il caso dei D’Apice è stato sollevato in campagna elettorale dal sindaco uscente Luigi Bobbio, ricandidatosi con una civica in contrapposizione al Pdl. Emanuele D’Apice gli ha replicato così dalla propria pagina Facebook, allegando una foto mentre esultano insieme per la vittoria del 2010: “Onorevole Bobbio una volta non rappresentavo per te un pericoloso criminale, infatti mi avevi stretto al tuo fianco. Io ho la fedina penale pulita, spero che anche tu possa averla in futuro, perché al momento sei molto a rischio”. Con allusione alle inchieste per abuso d’ufficio che hanno toccato l’ex pm napoletano, per vicende di assunzioni e consulenze. Cronaca fresca e ancora priva di sentenze. Mentre le vicende di ‘Giggino o’ ministro’ sono cristallizzate nella storia giudiziaria di Pompei. 

Scrisse nel 2001 Giovanni Marino su Repubblica: “Intercettazioni ambientali di carabinieri e finanzieri raccontano come “vi sia un interessamento del clan nella scelta dei candidati comunali e regionali (…) né la scelta del candidato è conseguenza di una scelta dell’ area politica” perché la cosca ha “avuto contatti” con “raggruppamenti politici opposti”. L’articolo faceva riferimento a un’intercettazione in cui Luigi D’ Apice e un politico locale parlano del boss Cesarano (preoccupato che il Comune possa essere commissariato per una crisi politica, e una villa bunker abbattuta). Secondo il Gip quella conversazione evidenziava “l’esistenza a Pompei di una sorta di comitato d’ affari che si propone di monopolizzare i lavori pubblici e che, per tale motivo, si preoccupa di affidare gli assessorati a persone condizionabili”. Si apprese dalle carte che il ‘ministro’ ad un certo punto disse a un politico che stava pensando di “gambizzare il sindaco se egli non manterrà i suoi impegni”. 

Vicende vecchie. Per le quali D’Apice ha pagato il prezzo con la giustizia. Ora il successo elettorale del figlio. Il padre si è impegnato, e molto, per lui, in campagna elettorale. Fonti vicine ai candidati avversari di Pentangelo hanno segnalato la presenza del ‘Ministro’ nel comitato del candidato sindaco Pdl.