cokeria, Taranto, IlvaLa vedete questa foto con le lingue di fuoco?
Sembra l’inferno. Ma è la cokeria dello stabilimento siderurgico tarantino, fotografata di nascosto da un operaio.
La foto (acquisita nell’ambito del processo sulla cokeria di Taranto) risale alla metà degli anni Novanta, quando lo stabilimento passò dalle partecipazioni statali di Romano Prodi a Emilio Riva.
Leggendo il botta e risposta fra Romano Prodi ed Emilio Riva ho pensato a questa foto.

Era o no un gioiello lo stabilimento siderurgico di Taranto quando fu venduto dallo Stato a Riva?

A vedere questa foto a me sembra di poter dare torto a Prodi. La foto fa parte di un servizio fotografico in cui si vedono fumi che non sono vapore acqueo ma un concentrato di cancerogeni, in particolare benzo(a)pirene. Cosa contenevano esattamente i fumi di quel “gioiello tecnologico”?
Ecco i dati. 
Nel 1993-94 vi fu la prima indagine ambientale effettuata su iniziativa del Laboratorio di Tossicologia Industriale del Servizio di Igiene e Sicurezza del Lavoro della Usl di Taranto. L’indagine comprese 50 rilevazioni di tipo personale su tutte le batterie di forni della cokeria. Misurò gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e in particolare i valori di benzo(a)pirene (BaP) nell’aria. 
Le esposizioni lavorative oscillavano in un intervalli: di 10-100 microgrammi/m3 (addetto coperchi; addetto caricatrice, addetto bariletti) e di 1-10 microgrammi/m3 per le altre mansioni.
Gli operai più esposti in quegli anni inalavano benzo(a)pirene per un equivalente di 6500 sigarette in otto ore di lavoro, che salivano a 65000 sigarette (sempre in otto ore) per le mansioni di coloro che erano immersi nei fumi più densi che si vedono nella foto.
cokeria Ilva, TarantoPassiamo alla seconda foto, una sorta di “foto di gruppo” dei tre operai, immortalata nella cokeria Ilva dal fotografo Pigi Cipelli. E’ scattata dieci anni dopo quella che avete già visto. La fabbrica non sembra essere diventata un gioiello neppure con la gestione Riva.
Analizziamo i dati dei fumi della cokeria alla luce della perizia commissionata dalla magistratura nel 1999-2000, ossia sei anni dopo quella di cui sopra. Continuano ad essere fortemente cancerogeni per la massiccia presenza di benzo(a)pirene. Il valore più basso in concentrazione è 0,47 microgrammi/m3 (equivalente a circa 300 sigarette per otto ore di lavoro), ma se si va nei punti di maggiore esposizione si raggiungono picchi fino a 10,9 microgrammi a metro cubo (equivalenti a oltre 7 mila sigarette in otto ore di lavoro). Questi dati sono scaricabili da PeaceLink.
Quali conclusioni trarre?
E’ evidente che con la gestione privata dei Riva i lavoratori erano esposti ad un livello inaccettabile di benzo(a)pirene.

Ma prima stavano meglio?
Dobbiamo essere onesti e ammettere che durante il periodo precedente ai Riva – quello delle Partecipazioni Statali di Prodi – la situazione in cokeria era ancora più catastrofica. Altro che “gioiello”!
Sono stupito come una persona in genere equilibrata come Romano Prodi prenda abbagli di questo tipo, e non sono gli unici (di recente ha ad esempio detto che le case a Taranto sono state costruite a ridosso dello stabilimento siderurgico mentre è vero l’esatto contrario)
Questo discorso mi porta sostenere che nazionalizzare l’Ilva non garantisce la salute dei tarantini. Le sostanze cancerogene non fanno meno male se escono da una fabbrica nazionalizzata. 
Durante il periodo delle Partecipazioni Statali in quella fabbrica sono avvenute cose incredibili. Accadeva che gli operai prima di mangiare il panino si lavassero le mani con l’apirolio (che è cancerogeno) e poi andavano a farsi il riposino su soffici strati di amianto. 
Pensare che la nazionalizzazione sia una buona risposta significa entrare in una dimensione illusoria e paternalistica. Significa dimenticare questi fatti surreali e grotteschi avvenuti quando la siderurgia era in mano pubblica. Lo Stato ha taciuto e di conseguenza ha lasciato che le persone si ammalassero e morissero per incuria, imperizia e negligenza.
Per molto tempo tempo ho ascoltato le tesi di coloro che sostenevano che durante il periodo di gestione pubblica lo Stato garantisse più risorse per la manutenzione e in generale desse più attenzione alla salute dei lavoratori. In un primo tempo ci ho anche creduto, ma facendo coscienziosamente delle verifiche posso dire che lo Stato ha fallito a Taranto. E oggi è lo stesso Stato che con arroganza e con la stessa pervicacia fallimentare vuole imporre a tutti i costi la continuazione di un’esperienza coloniale: sfruttamento di un territorio da parte di un’entità economica esterna, nativi danneggiati, risorse portate altrove.