Talvolta in un film ci sono immagini apparentemente accessorie che invece ne raccolgono il senso profondo. Ne La Grande Bellezza c’è la culla della contessa Colonna. Il famoso giornalista Jep Gambardella ospita a cena un potente monsignore assieme a una Santa ultracentenaria e vorrebbe a tavola due nobili di rango. Ma riesce solo a noleggiare una vecchia coppia di aristocratici decaduti. Costano 250 euro e si prestano alla serata, tristemente. Tornati a casa, la moglie dice al marito che va un momento “di sopra”, come se si scusasse di un vizio. Il “di sopra” è la vecchia dimora di famiglia, ora museo. La moglie va a vedere la culla in cui lei è nata, mentre l’audioguida illustra le circostanze della sua nascita e le luci si accendono sulla reliquia.

La Grande Bellezza è il racconto di un panorama umano che solo nel passato trova blanda giustificazione per un presente mortuario. Attraversando la vacuità dellalta borghesia romana, Jep mantiene una curiosità che diventa necessità di rinnovamento.

Rapsodico nella forma, coerente nella sostanza questa istantanea sul qui e ora diretta da Paolo Sorrentino e scritta con Umberto Contarello parla soprattutto del bisogno di riappropriarsi di un’esistenza sfuggita di mano, sfidando la pigrizia. Per non esser più incastrati nelle consuetudini, nel primo romanzo a cui non si è dato seguito, nell’origine smarrita, nella rendita di posizione.

Se vogliamo proprio trovarlo, è questo il dato “politico” di un film non direttamente su Roma, ma su una congrega di fantasmi che si credono al centro del mondo ma sono a un passo dalla morte. Quel che si muove attorno a Jep trasuda morte, con personaggi imprigionati nelle proprie abitudini sfinite. Sola viva è la Santa sdentata che dirà solo “La povertà non si racconta, si vive”.

Il problema talvolta non è il film, ma l’attesa riservata a un film. Sorrentino è un regista che si aspetta al varco perché è bravo e ambizioso (evviva). Così, prima ancora che fosse presentato a Cannes, La Grande Bellezza era già “un caso” che prevedeva l’esistenza di adoranti e detrattori. Poi, per fortuna, si va al cinema e si vede, semplicemente, un buon film. Frutto di una scrittura precisa, girato con grazia e gusto.

 

il Fatto Quotidiano, 29 maggio 2013