Scusate se inizio parlando di me e del mio lavoro. La mia condizione è quella di tantissimi altri lavoratori dipendenti. Sono un autista di autobus. I turni di lavoro nel TPL – Trasporto Pubblico Locale (naturalmente comprensivi delle pause) arrivano anche a 12 ore. Ci si alza spesso di notte e si usufruisce di un solo giorno di riposo settimanale. La responsabilità è enorme considerando che si rischia continuamente l’incolumità e la vita propria, dei passeggeri e degli altri utenti della strada. Nonostante il fatto che questo lavoro sia riconosciuto come usurante l’età pensionabile è stata aumentata per cui potrò andare in pensione a 67 anni, sempre che riesca a mantenere condizioni fisiche tali da poter continuare a guidare i mezzi pubblici fino a quell’età. Nel Contratto Nazionale recentemente rinnovato si parla di straordinari obbligatori. La mia ultima busta paga, per un mese lavorato interamente, è stata di 1.176 euro netti.

Gli sprechi non mancano e quindi sembra che non manchino neanche i soldi ma naturalmente non vengono utilizzati per gli autisti. La crisi e la possibilità di ridimensionamento con eventuali licenziamenti vengono percepiti dai dipendenti come spauracchio ricattatorio. Anche le cose più semplici ed essenziali, pur concordate e sottoscritte nel contratto aziendale, vengono disattese come ad esempio i bagni ai capolinea. Le regole e le modalità di sciopero (preavviso, date utilizzabili, orari con fasce garantite) rendono tale strumento del tutto inefficace e penalizza economicamente soltanto chi sciopera.

Detto questo faccio alcune riflessioni. I vertici del governo e la quasi totalità dei politici continuano a ripetere che il lavoro è il primo problema da risolvere. Mi chiedo se la disoccupazione e la stessa crisi non siano invece conseguenze di altri problemi. Solo per citare qualche possibile causa:  – la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi; – una politica economica e finanziaria basata sulle speculazioni anziché sulle produzioni reali; – la disparità fra i compensi dei dirigenti e quelli della manodopera che è l’unica a produrre ricchezza reale; – lo sfruttamento del lavoro a basso costo  e la delocalizzazione in paesi più poveri e in fase di sviluppo… Sembra poi elementare pensare che la disoccupazione non si può combattere aumentando l’età pensionabile e introducendo l’obbligo di straordinario perché così si ottiene l’effetto opposto. Si potrebbe rinunciare a certe grandi opere e spese militari “folli” utilizzando quei capitali enormi per la messa in sicurezza di edifici pubblici e per il riassetto del territorio facendo prevenzione per smottamenti, esondazioni e altre calamità nel pieno rispetto ecologico dell’ambiente.

Si può investire nella produzione di energia e contro la dispersione di edifici pubblici e abitazioni private con un ritorno economico a medio e lungo termine ma con posti di lavoro immediati. Scelte di questo tipo non si fanno pur essendo urgenti, essenziali e darebbero respiro a medie e piccole imprese facendo tornare in circolazione un po’ di moneta. Il problema è che questo tipo di scelte renderebbero più difficili le infiltrazioni mafiose e la spartizione dei capitali con i propri “amici” per cui si preferisce pensare al ponte sullo stretto, alle centrali nucleari, alla Tav e alle trivellazioni nel mediterraneo.

Si tenta di attribuire la responsabilità di gesti estremi all’odio derivante dai movimenti di protesta. Credo invece che l’esistenza di possibili alternative, rappresentate da quella che in maniera riduttiva viene definita antipolitica, sia una valvola di sfogo per una più che giustificata esasperazione. Chi è oppresso e in difficoltà paradossalmente sente esprimere certe scomode verità e le proprie ragioni  attraverso la satira di Dario Fo o attraverso la comicità di Crozza e di Grillo e grazie ad un quotidiano più unico che raro come “Il Fatto Quotidiano”.  In realtà i politici vorrebbero scaricare su altri le proprie responsabilità non volendo riconoscere che la rabbia e l’esasperazione sono la conseguenza proprio di quel divario che diventa sempre più netto fra la povertà crescente, che non risparmia neanche chi lavora, e una classe politica che sguazza nella ricchezza e nei privilegi, che impone in maniera arrogante le proprie scelte agli antipodi delle indicazioni dei propri stessi elettori e pervasa da un sistema radicato e ramificato di corruzione.

La gente comune si sente soffocata, senza voce, deprivata gradualmente dei propri diritti conquistati in anni di lotte sindacali, costretta ad enormi sacrifici destinati a sovvenzionare un sistema ingiusto, insano e potente.

Ci sono parlamentari che guadagnano 12.000 – 20.000 – 30.000 euro al mese  (per non parlare di cifre ben più esorbitanti) con doppi, tripli e più incarichi, come se per loro il giorno non fosse composto di 24 ore e come se potessero lavorare 3, 4 o 5 giorni in uno, il cui unico vero lavoro è quello di decidere con chi spartire soldi pubblici e potere; amministratori delegati che percepiscono 7000 volte la paga di un loro dipendente, premi di produzione esorbitanti per amministratori e banchieri, fino a 18 mensilità e pensioni d’oro. La cosa più scandalosa è che questi “signori” pretendono che i sacrifici li facciano i disoccupati, i pensionati, gli esodati ed i lavoratori con busta paga da 1.200 euro. Si è costretti ad assistere allo spreco continuo di denaro pubblico,  a consiglieri regionali e tesorieri che rubano centinaia di milioni senza alcun controllo e senza limiti grazie a regole concordate con la complicità di tutti i partiti e grazie a presidenti di regione e segretari di partito che fingono la loro estraneità e mancata conoscenza dei fatti lavandosi le mani da ogni responsabilità.

I risultati dei referendum popolari vengono ignorati per cui i partiti, sempre complici fra loro e compatti in questi casi, cambiano il nome ma non la sostanza ai finanziamenti pubblici chiamandoli rimborsi elettorali che utilizzano per tutt’altri fini. Somme percepite a fronte di spese effettive per le campagne elettorali corrispondenti al 5% di tali importi mentre nelle scuole manca la carta igienica e nelle caserme manca la benzina per le auto di servizio ed il toner per i fax.

Di fronte a questa realtà e senza parlare degli ultimi 20 anni di vergogne e scandali di ogni genere, ci si meraviglia per lo scarso credito internazionale e per l’esasperazione di chi ha perso tutto e reagisce con qualche insulto o arrivando in casi estremi anche al suicidio. Si vorrebbe tagliare le gambe alla magistratura, alle intercettazioni, all’informazione, al web, imponendo di fatto un regime e si pretenderebbe che qualsiasi ingiustizia venga sopportata in silenzio e cieca obbedienza. In Italia non siamo tutti pecoroni. C’è una parte sana che non sopporta più e che combatte.

di Adelchi Perugini

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