Ultimo tratto della via Appia antica, sottopassato il viadotto di via Cilicia. In leggera salita, percorrendo la strada pavimentata con sampietrini, tra i due alti muri che la delimitano impedendo allo sguardo di distogliersi dall’orizzonte, si arriva a porta S. Sebastiano. Magnifico, imponente, ingresso lungo le mura aureliane. Straordinariamente conservato nel rifacimento dei primi anni del 400, con l’unico fornice e con la base delle due torri laterali inglobata in due basamenti a pianta quadrata rivestiti di marmo. Monumento che ospita il Museo delle Mura e dal quale parte il tratto di camminamento praticabile. Sfortunatamente dal novembre 2011 non più, “per lavori di restauro”.

Delusi per la visita “mancata” ci si potrebbe consolare decidendo di camminare lungo via delle Mura Latine, in direzione di Porta Latina. Nella speranza di poter osservare le mura, la sua struttura possente. Rimanendo incantati di fronte a quell’opera unica dell’antichità romana. Le mura, ora lunghe 12,5 km, costruite tra il 270 e il 273 dall’imperatore Aureliano per difendere Roma dall’attacco dei barbari. Ma anche in questo caso si rimane delusi. L’intero, lungo, tratto fino a Porta Latina recintato da anni in coincidenza del punto nel quale il marciapiede termina ed inizia la striscia di terreno che corre al di sotto delle mura. Di tanto in tanto dei piccoli cartelli sistemati sulla rete metallica che impedisce l’accesso, segnalano il pericolo. Dentro l’erba è alta. Quella zona di rispetto, lasciata incolta. Per rendersi conto del pericolo non serve poi molto. Né avere particolari conoscenze nel settore delle costruzioni antiche. Procedendo sul marciapiede che considerato il pericolo sarebbe stato forse consigliabile interdire al passaggio pedonale, si susseguono tratti rettilinei e torri che caratterizzano l’antico circuito. Così s’incontra il primo segmento nel quale le feritoie rettangolari, come i fori da palo, quadrati, sono alterati nella forma originaria. A causa della caduta di alcune parti della muratura. Che ha interessato, in più punti, anche la parte inferiore della struttura.

Poi, una prima torre, sulla quale campeggia un bel campionario di essenze, già da qualche anno. Un pino e un mandorlo più rigogliosi di altre. Il “verde” non manca neppure sulle pareti. Tra una lesione e l’altra, tra piccoli tratti di cortina mancante, sono rigogliosi arbusti di capperi. Ma è nel segmento rettilineo successivo, che le piante di cappero prosperano più numerose. Al punto da impedire quasi la vista delle mura sulle quali sono cresciute. Ancora, l’ennesimo torrione e poi un tratto nel quale sono visibile dei restauri, recenti. Qui la recinzione s’interrompe per poi riprendere al successivo torrione. Ma di una qualsiasi pulizia all’incolto che cresce nell’aiuola sottostante neppure l’ombra. Dopo il torrione ancora segmenti rettilinei e poi un nuovo torrione. Frequenti le mancanze di muratura e le lesioni. Ancora arbusti di cappero. Che su quelle cortine sembrano aver trovato felice sistemazione. Tranne che, naturalmente, a minare la coesione della struttura e quindi la stabilità. Non mancano di tanto in tanto, sulle creste superiori, alberi di diversa altezza, di palma e mandorlo.

Una situazione più che precaria, che perdura da anni. La minaccia di nuovi crolli, che peraltro hanno coinvolto anche altri settori del circuito murario come quello lungo viale di Porta Ardeatina nell’aprile 2001, è tutt’altro che inimmaginabile. Ma intanto, nel tratto che va dall’altezza di via Cameria fino a Porta Latina, proprio sul lato delle mura, è stata prevista la sosta a pagamento delle autovetture. Impiantate le macchinette per il pagamento delle soste e disegnate a terra le righe blu. Il tutto, probabilmente, senza porre la dovuta attenzione al fatto che il pericolo, in caso di cedimenti delle mura, coinvolgerebbe non soltanto il marciapiede ma anche la parte di sede stradale occupata dai mezzi in sosta.

Le mura aureliane sono un esempio straordinario delle capacità raggiunte dai romani nel settore delle costruzioni. Per studiare i diversi interventi, i successivi rifacimenti. Utilizzando materiali di ogni tipo. Per quello sarebbe auspicabile che si provvedesse a salvaguardala dalla distruzione a cui sembra destinata. Per ora continua ad essere la sede per una bellissima coltivazione di capperi. Di anno in anno più ricca. Al punto da sospettare che si tratti di un espediente studiato da quanti sovraintendono alla tutela e valorizzazione del monumento. Magari con l’intento di promuovere la commercializzazione dei frutti prodotti da quegli arbusti. Insomma un modo per mettere a profitto un Bene che continua ad essere in perdita.

Forse sarebbe preferibile che si trovassero risorse più sicure e più corpose. Se non è possibile nell’esangue budget statale assegnato ai Beni Culturali, allettando qualche sponsor privato. Ma bisogna fare in fretta. Prima che si verifichino nuovi crolli. Capperi, verrebbe da dire!