Se in questi giorni qualcuno mi chiedesse: “chi vorresti essere nella vita?” Nel rispondere sarei drammaticamente indeciso tra Paolo Sorrentino e Toni Servillo.

Si, l’ho visto. E l’ho trovato il più bello di tutti. Più bello de ‘L’Uomo in più’, che fino a pochi giorni fa consideravo il capolavoro di Sorrentino, acerbo ma potente. La ‘Grande Bellezza’ invece è maturo e irride chi lo critica per il suo mancato realismo. Ho letto la recensione di Facci, che lamenta di non aver trovato nel film i personaggi delle cene a casa di Roberto D’Agostino… E per fortuna che non ci sono! Non ci sono e non dovevano esserci : nessuno avrebbe potuto amarli. E’ un film sulla bellezza, sull’ignavia, non sulla verità. Ed ogni personaggio è sporco ma luminoso, irradiato come nella fotografia delle scene in esterno.
La grande bellezza. Un pugno nello stomaco di bellezza decadente che ti fa sentire orgoglioso di essere italiano e ricordare di colpo di essere conterraneo di Fellini, Antonioni, De Sica, ma anche di Marco Ferreri con le sue storie piene di carne. Di Mastroianni, che mezzo secolo fa percorreva le stesse strade, ma diverse.
La grande bellezza. Vivere o sopravvivere a questo tempo. Arrendersi di fronte alla noia, all’impossibilità di cambiare. Galleggiare, con più o meno stile, sulle nostre miserie. La caricatura di un pezzo di Italia, che nella realtà non esiste, perché è peggio della sua caricatura, meno magica, meno affascinante. Una esperienza visiva che consiglio, davvero rigenerante.

Ma torniamo alla realtà. Oggi è anche il giorno, il primo utile, per fare una piccola riflessione a freddo sui risultati elettorali. Per parlare dell’Italia che esiste, che vota o che si arrende.

Credo di poter dire che la sinistra abbia vinto, ovunque. Anche dove era improbabile nelle dimensioni (Treviso e Isernia), anche dove speravamo incrociando le dita (Siena), anche dove conta davvero (Roma). Anche io ho vinto, nel mio piccolo comune in provincia di Prato, e di questi tempi è una bella, inusuale sensazione.

Abbiamo vinto con un calo del 20% di votanti. E questo né ci mette al sicuro né rappresenta la fine del nostro calvario.

Non voglio fare la solita retorica del voto e dell’astensione (visti gli ultimi accadimenti, il voto è diventa comprensibilmente sempre più diritto e sempre meno dovere), e penso che in quel 20% stavolta ci sia molto del voto inconsapevole, quello che si fa sedurre maggiormente dall’imbonitore di turno.

Non ne siamo al riparo, tornerà quel 20%, tornerà alle politiche, non v’è dubbio, ma non dobbiamo averne paura. E’ con la paura di quel pezzo di elettorato che abbiamo sempre vinto le amministrative e perso le politiche.

Per quell’appuntamento abbiamo la responsabilità di costruire un partito in grado di parlare a tutti, con messaggi chiari, anche a quella fetta di elettorato che stavolta ci ha fatto vincere non con il voto ma restando a casa. Non saremo al sicuro fino a che non avremo ricostruito e dato un’anima alla sinistra in questo Paese.  Fino a che non avremo trasformato l’unico vero partito rimasto, il Partito Democratico, nel partito dei nostri sogni e non solo nel partito del “meno peggio”, della responsabilità, del buon governo.

Con la sola buona amministrazione non si vincono le politiche; per vincere e per cambiare l’Italia da sinistra, serve una differente idea del mondo.

Vorrei un partito che risolva le sue contraddizioni al prossimo congresso, che mi renda orgoglioso di avere una tessera in tasca allo stesso modo di come, tornando dal cinema, mi sono sentito orgogliosamente italiano come Paolo Sorrentino.   

@lorerocchi