Una delle poche cose divertenti di una campagna elettorale è leggere i commenti del giorno dopo le elezioni. Oltre all’immancabile rivendicazione di vittoria avanzata da tutti i partiti, compresi quelli che hanno avuto lo 0,01%, vi sono le spericolate spiegazioni che accompagnano tracolli palesi.

Beppe Grillo ha raggiunto, in queste ore, livelli di tutto rispetto in questa pratica.

Due “spiegazioni” mi hanno colpito particolarmente. La prima, immancabile, che spiega la batosta subita in tutta Italia, senza eccezioni, con l’ostilità dei giornali che hanno falsato l’immagine dell’azione politica del M5S. In realtà non era necessario costruire falsi. Basta registrare puntualmente le dichiarazioni dei Cittadini Parlamentari e quelle dei due leader. Bastava seguire anche distrattamente l’attività dei due gruppi parlamentari, le diatribe su scontrini, rendiconti e diarie che hanno monopolizzato l’azione di queste persone. La diretta streaming del confronto con Bersani ha mostrato, con un clamoroso autogoal comunicativo, l’arroganza e la spocchia di due dilettanti che, pur di godersi l’umiliazione del segretario del maggiore partito italiano, non hanno esitato a riconsegnare il Paese a Berlusconi. La maggioranza degli italiani (basta ascoltare la gente, soprattutto gli elettori del M5S) quella scelta non l’hanno né accettata e neppure perdonata. Grillo e i suoi, se mi è consentito il francesismo, avevano il Pd per le palle. Potevano avere la Golden share del Governo, potevano imporre un Presidente della Repubblica che non fosse Napolitano, ma una persona più degna.  Hanno invece preferito la propaganda, il colpo di teatro per poter ripetere lo slogan del Pd-L, dell’inciucio già programmato. L’unica cosa che hanno portato a casa è stata la testa di Pierluigi Bersani. Complimenti! La gente però si è resa conto che i primi a tifare per le grandi intese erano proprio Grillo e i suoi, che speravano di lucrare elettoralmente su un’ammucchiata di Governo. Una scelta cinica che oggi pagano a caro prezzo.

Non occorrevano i falsi dei media. Grillo e i suoi, che oggi a denti stretti ammette solo qualche errore di comunicazione,  il danno se lo sono fatti da soli e purtroppo lo hanno fatto anche al Paese.

La seconda giustificazione che fa scompisciare è quella che attribuisce l’emorragia di voti grillini all’aumento dell’astensione. Vale la pena di obiettare in premessa che se un elettore che alle politiche ha votato M5S, oggi si astiene vuol dire che non ha più trovato una ragione per rivotarlo. Mica lo hanno legato alla sedia. L’astensione è l’espressione di una scelta politica, quando non è espressione di un’apatia e di un disinteresse. Quindi se gli elettori Grillo li ha persi a favore dell’astensione dovrebbe preoccuparsi. Vuol dire che le scelte politiche che sono state fatte non soddisfano gli italiani, che pure avevano dato largamente fiducia al M5S. Vale poi la pena di ricordare a Grillo che il Sicilia alle ultime Regionale, quando il M5S divenne il primo partito raccogliendo oltre 285 voti pari al 14,90% con il candidato presidente che saliva al 18,20 superando le 350 mila preferenze, vi fu un calo dei votanti di grande entità. Votò il 47,42 % contro il 66,68% delle precedenti elezioni.

A Catania si vota tra non molto e se la batosta sarà confermata anche sotto il Vulcano, forse vorrà dire che la politica è cosa ben diversa da una traversata a nuoto dello Stretto. Una riflessione si impone anche a Grillo e Casaleggio. Ancora il dogma dell’infallibilità per loro non è stato pronunciato e gli insulti contro chi non ti ha votato non pagano.