“Internet e il mondo dei social network sono ancora un Far West senza regole”. La frase, purtroppo, è, ormai, diventata un cliché sempreverde, riutilizzata, all’occorrenza, da personaggi famosi che mal digeriscono talune intemperanze dei propri interlocurori su Twitter e da politici poco addentro alle questioni della legge e della Rete e, soprattutto, impreparati e maldisposti al confronto telematico.

Sentirla in tv o leggerla sui giornali, quindi, non fa più notizia. Questa volta, però, è diverso.

Ad accostare Internet al selvaggio West è, infatti, addirittura il Presidente dell’Autorità Garante per la riservatezza ed il trattamento dei dati personali, Antonello Soro e, dunque, uno che – nonostante il suo passato di primario ospedaliero di dermatologia – di leggi ed Internet se ne intende o, almeno, dovrebbe intendersene per ruolo, funzioni ed esperienze di vita che lo hanno portato a trascorrere anni in parlamento e nelle istituzioni.

Eppure, il Garante, dalle colonne di La Repubblica, usa lo stesso frasario utilizzato qualche settimana fa dalla Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, in un’intervista, sempre su La Repubblica, firmata, in quell’occasione, da Concita De Gregorio.

Ma il minimo comun denominatore non sta solo e non sta tanto nel vocabolario utilizzato quanto nei concetti: sul web mancherebbero le regole. In comune, però, la posizione del Presidente dell’Autorità Garante per la privacy e quella del Presidente della Camera dei Deputati non hanno solo questo.

Entrambi, infatti, un istante dopo aver lamentato l’assenza di regole sul web, snocciolano un interminabile elenco di condotte online da offese, a diffamazioni, passando per delazioni, violazioni della privacy e furti d’identità che costituiscono, per certo, illeciti già puniti dalle leggi in vigore. Le leggi, dunque, ci sono e non vengono rispettate o non ci sono? E’ un ambiguità non da poco.

In un caso, infatti, sarebbe, evidentemente, il Parlamento a dover intervenire per varare nuove regole mentre nell’altro sarebbero giudici ed autorità indipendenti – inclusa quella presieduta proprio dall’ultimo interprete del film “il web è senza regole”, Antonello Soro – a doverle applicare meglio e più efficacemente.

La realtà, se la si vuole guardare con un po’ di obiettività e con mente scevra da inutili e pericolosi allarmismi, è che le regole sul web non mancano e, a ben vedere, non mancano neppure mezzi e strumenti per farle rispettare come dimostrano le iniziative assunte dalla polizia delle telecomunicazioni all’indomani delle denunce dell’On. Boldrini e, soprattutto, come dimostra la quotidiana e puntuale attività svolta, tra gli altri, proprio dall’Autorità Garante per il trattamento dei dati personali e la riservatezza.

Possibile – ed anzi certo – che sul web, come, peraltro, fuori dal web, manchi un po’ di educazione, ci sia una diffusa non-cultura dell’odio e della violenza e, purtroppo, vi siano centinaia di migliaia di situazioni di grave disagio sociale ma, questa, purtroppo, è una circostanza enormemente più seria e più grave rispetto alla lamentata “anarchia telematica” che non può essere risolta né a colpi di leggi, né a colpi di sentenze e provvedimenti di giudici ed autorità.

Gravi e preoccupanti gli allarmi che, ormai quotidianamente, i vertici delle istituzioni lanciano a proposito del web senza regole ma guai a dimenticarsi che anche i media hanno la loro parte di responsabilità.

“Sul web la giustizia fai-da-te”, è, ad esempio, il titolo, a mezza pagina e caratteri cubitali, del servizio di La Repubblica nel quale è inserita l’intervista a Antonello Soro. “WWW per vendetta”, con sullo sfondo, l’immagine – anche questa, ormai, valida per tutte le stagioni – della maschera di Anonymous è, invece, la copertina dell’inchiesta della quale il servizio è parte.

E’ un peccato che non si sappia resistere alla tentazione di denunciare ed urlare senza provare a capire e senza, soprattutto, interrogarsi sugli effetti e le conseguenze perverse che certe azioni di criminalizzazione e demonizzazione di un mezzo di comunicazione minacciano di produrre su un Paese che è già ultimo in Europa in termini di diffusione di internet.

Ogni tanto sarebbe bene provare a domandarsi se, per caso, la violenza ed il disagio sociale che il web racconta e fa affiorare non sia figlio proprio di quei decenni di imbarbarimento culturale prodotto dai media tradizionali che, oggi, troppo spesso, giocano a fare i primi della classe ed a prendersela con internet anziché fare una seria autocritica.