Ferdinand von Schirach è un avvocato penalista tedesco molto noto, che opera soprattutto tra Monaco, dove è nato, e Berlino. Scrittore sia di racconti sia di romanzi di grandissimo successo, ha pubblicato pochi giorni fa per Longanesi il libro “I colpevoli”, una raccolta di quindici racconti che potremmo definire “giudiziari”: hanno infatti ad oggetto casi criminali, compresi i loro risvolti processuali, che l’avvocato ha avuto modo di trattare in prima persona.

Il genere del “racconto processuale” è abbastanza raro, e molto spesso si rivela noioso: tende a perdersi tra questioni giuridiche che tediano il lettore “non giurista” e penose (e pensose) derive intimistiche di avvocati e magistrati. In questo caso, invece, il libro mi è apparso di altissima qualità. Si legge tutto d’un fiato, riesce a emozionare ma anche a far rabbrividire (e perfino a disgustare) il lettore, pone problemi importanti sul tema dell’economia del sistema giudiziario e affronta anche piccoli temi di vita comune, direi quasi quotidiana.

I racconti hanno una terribile costante: riguardano casi tragici e di una violenza fortissima, che hanno scosso l’opinione pubblica tedesca. Probabilmente l’avvocato li ha volontariamente scelti tra quelli peggiori che gli sono capitati nella sua carriera. Si va da casi di violenza carnale di gruppo all’uccisione casuale di un serial killer, da una ragazzina che uccide il suo bambino originato da uno stupro sino ad eventi che riguardano, spesso, il sottobosco della società.

Penso che in questo libro ci siano alcuni aspetti davvero interessanti. Il primo è che i racconti sono scritti davvero bene, e la prosa è eccezionale: l’avvocato riesce a lasciare fuori dalle righe del volume le grigie questioni processuali (solo in un paio di casi si dilunga nello spiegare l’aspetto della volontarietà in un omicidio, o alcuni meccanismi particolari del giudizio, ma senza insistere più di alcune righe) e si concentra sui fatti e sulla psicologia, spesso inquietante, dei personaggi. Ogni singola storia, insomma, è un piccolo romanzo, quasi un thriller in pillole.

Contemporaneamente, inserisce nella narrativa le questioni etiche che riguardano l’avvocatura, il contesto sociale nel quale si svolgono i fatti, non condanna mai i soggetti ma, anzi, è come se cercasse di guardarli in maniera neutra, pur nelle azioni terribili che commettono. Non prende posizione, ma osserva e descrive questa realtà di una violenza inaudita.

Il libro si apre con un pugno nello stomaco per il lettore che prende la forma del racconto “Festa in piazza”: è la descrizione di uno stupro di una giovane cameriera perpetrato da un’orchestrina di paese, apparentemente “uomini perbene con lavori perbene: chi faceva l’assicuratore, chi il rivenditore di automobili o l’artigiano. Non c’era niente da ridire su di loro. Erano quasi tutti sposati con figli, pagavano le tasse, onoravano i loro mutui bancari e la sera guardavano il telegiornale. Erano uomini normalissimi; nessuno avrebbe creduto che potesse accadere una cosa del genere”.

Ecco, lo scrittore è subito attento all’uomo normale che diventa criminale, per poi riflettere sulle tecniche di difesa (o, meglio, dell’accusa, che deve provare, e della difesa che, spesso, deve tacere), sul DNA come strumento per trovare a distanza di anni indizi utili e sulla perdita dell’innocenza degli avvocati che saranno coinvolti nel caso.

Un tema ricorrente è poi quello del criminale occasionale che, a distanza di anni, riesce a integrarsi nella società: al giudice spetterà allora l’arduo compito di decidere cosa fare dopo decenni quando, ad esempio, una nuova fonte di prova si manifesta e lo indica come colpevole.

In alcuni racconti aleggia la terribile minaccia dell’errore giudiziario, errore che può rovinare una persona e che non può essere mitigato, se non in parte, dalla revisione del processo o da risarcimenti; il caso sconvolgente di una violenza inventata e concordata da due bambine per ripicca, che distrugge la vita a una famiglia, è emblematico dell’attenzione posta verso questi temi.

Anche l’omicidio passionale, i limiti nei rapporti coniugali, il mondo degli scambisti e degli annunci e, soprattutto, le violenze in famiglia (nel racconto “Compensazione”) sono trame dei racconti che mantengono l’attenzione del lettore. Soprattutto quando la donna si vendica, e un giudice deve calibrare giustizia e diritto: la descrizione del passaggio da una vita matrimoniale felice – “A lei piaceva il modo in cui lui parlava, le piaceva che le dicesse cosa fare. Tutto dava la sensazione giusta” – a un clima di terrore e di violenza è magistrale. “La prima volta che la picchiò fu molto prima che avesse la bambina. Tornò a casa ubriaco nel cuore della notte, lei si svegliò e gli disse che puzzava di alcol. Lo disse così, non perché lo trovasse un fatto negativo. Lui si mise a sbraitare, le tirò via le coperte. Quando lei fece per alzarsi, lui la colpì in faccia. Lei si spaventò, non riuscì a dire nulla … erano sposati, pensò, può capitare un passo falso. Non ne parlarono più”.

Alcuni racconti riescono anche a essere divertenti: in “Segreti”, che chiude il volume, c’è la figura surreale del tipico cliente che capita almeno una volta nella vita a ogni avvocato: il mitomane (nel libro definito, meno peticamente, “pazzo”).

In conclusione, il libro è agile (meno di duecento pagine), dal ritmo elevatissimo – ogni storia è un cammeo a sé, che nasce e si conclude in un lampo – scritto benissimo e con una capacità di unire il mondo giudiziario al terrore e alla violenza quotidiana che è davvero degna di nota. L’autore non celebra il ruolo dell’avvocato, anzi, e tende a evidenziare, al contrario, le zone grigie del sistema della giustizia e il dilemma morale enorme che dilania il giudice quando deve decidere, soprattutto in reati di sangue, se applicare il freddo diritto o se rispettare ciò che dicono il cuore e la ragione.