I bolognesi oggi sono chiamati a esprimersi sui finanziamenti pubblici alle scuole private: un milione di euro che ogni anno il Comune emiliano elargisce alle materne private, la cui quasi totalità è gestita da istituzioni cattoliche (25 su 27). I cittadini avranno due possibili scelte sulle scheda: l’opzione A prevede che i fondi siano destinati alle scuole pubbliche, l’opzione B alle private paritarie. Il referendum non ha valore abrogativo, ma solo consultivo.
Esaurite le informazioni di servizio, bisogna dire che la questione è tutt’altro che “locale”. Non a caso il dibattito sul referendum bolognese ha coinvolto i media nazionali: in ballo c’è un principio, sancito da una Costituzione che è stata, negli ultimi vent’anni, fin troppo bistrattata in una sostanziale indifferenza generale. L’articolo 33 della Carta chiaramente stabilisce che “la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. La pelosa distinzione, avvalorata dai sostenitori dell’opzione B, tra “oneri” e “finanziamenti” nemmeno vale la pena d’essere commentata. Anche ammesso che i finanziamenti alle private fossero consentiti, resta il fatto che quelli alla scuola pubblica sono obbligatori: la distinzione diventa dirimente in un momento di congiuntura economica e tagli alla formazione. È accaduto a Bologna che oltre 400 bimbi non abbiano trovato posto nelle scuole pubbliche e i loro genitori si siano sentiti dire “iscriveteli a una privata”, dove però bisogna pagare una retta.

Stefano Rodotà (presidente onorario del comitato Articolo 33) ha ricordato sul Corriere della Sera che Piero Calamandrei definiva la scuola pubblica un “organo costituzionale”, tanto ne giudicava fondamentale la funzione. Il sindaco Virginio Merola ha più volte ribadito che non terrà conto dell’esito del referendum, visto che i finanziamenti alle paritarie sono nel suo programma votato dai cittadini: ragionamento non troppo diverso da quello di Berlusconi che pensa di essere intoccabile perché eletto dal popolo. Diversi esponenti della Cgil e del maggiore partito di sinistra (sic!) si sono espressi a favore dei finanziamenti pubblici alle private: Romano Prodi, Matteo Renzi, il ministro Delrio. L’onorevole Fioroni, cui è stata chiesta un’opinione sul fatto che molti genitori sono costretti a iscrivere i propri figli a scuole cattoliche, ha dichiarato che “non bisogna essere ideologici, ma pragmatici”.

Per due genitori atei o di altra religione mandare i figli in una scuola cattolica è un capriccetto, invece allo Stato è consentito di non adempiere a uno dei suoi principali obblighi. Se anche la Costituzione diventa un ingombro ideologico, non stupiamoci dell’inarrestabile emorragia di consensi del “maggior partito di sinistra”. E nemmeno loro avrebbero dovuto sorprendersi ascoltando in piazza Montecitorio i cittadini urlare “Rodotà, Rodotà”. 

@SilviaTruzzi1

Il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2013