Forse più delle parole giuste di don Ciotti e di Moni Ovadia si parlerà delle parole sbagliate del cardinale Bagnasco nella chiesa del Carmine, davanti alla bara di don Gallo. Perché dire che Andrea “ha sempre considerato il cardinale Siri un padre e un benefattore”, quando tutti a Genova sanno che fu il padre-padrone della curia genovese a trasferire in punizione l’allora viceparroco di quello stesso Carmine, è sembrata un’inutile provocazione. Oppure utile a riaffermare il potere della gerarchia, adesso che il prete degli “ostinati e dei contrari” (letto su un grande lenzuolo bianco) non c’è più.
 
Molti si chiederanno cosa ci faceva il solenne presidente della Cei accanto ai sacerdoti che nelle strade si sporcano le mani, mentre altri avranno apprezzato la presenza del porporato in una situazione e in un clima non facili. Oltre però agli applausi e ai fischi, la colonna sonora della città erano i tamburi dei camalli che martellanti, dietro il don, sembravano il tuono che precede il temporale. Perché ieri a Genova, grigia di pioggia e di rabbia, era come se sfilasse l’intero Paese che non ne può più. Cantava la folla Bella ciao, ma le note battagliere e festose tante volte intonate da Gallo ora erano quasi laceranti, un grido collerico contro il lavoro che manca e la politica delle promesse vane.
 
Farebbero molto male gli uomini delle cattedrali e dei palazzi a pensare: in fondo se n’è andato un rompiscatole, un piantagrane, un agitatore di poveri cristi che tanto neppure votano per noi. Perché senza più quegli argini morali e perfino fisici, senza quell’energia e quel prestigio conquistati in una vita spesa sul marciapiede, la crisi che incattivisce gli animi può tracimare. E allora possono essere guai, come teme non un pericoloso sovversivo, ma perfino il premier Enrico Letta quando parla di un assai diffuso “risentimento” tra la gente.
 
Succede allora che, a tendere la mano a questo popolo derubato e offeso, siano proprio quelli che stanno “non dalla parte di chi fa la storia, ma di chi la subisce” (don Ciotti). Non certo gli uomini dei partiti che ieri, nella navata del Carmine, latitavano, salvo rare eccezioni. È l’Italia salvata dai mille fermenti del volontariato, dai santi laici che si sbattono in silenzio per i loro simili, dal coraggio generoso di “Libera”. L’Italia dei don Gallo e dei padri Puglisi che, porca miseria, devono morire per essere celebrati.
 
@a_padellaro

Il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2013